La mezzadria fu un solco profondo scavato nella storia dell’Umbria.
Un modello economico che divenne ben presto sistema sociale. In Assisi si radicalizzò a partire dalle colline e nei secoli garantì equilibrio tra città e campagna, con secolare benedizione dei curati e della curia.
Quando la Chiesa postridentina compie nelle campagne la propria opera di propaganda, eleverà a strumento pacificatore il contratto mezzadrile. La “divina agricoltura”, arte “benedetta, mille volte santa”, era esercizio utile a conciliare i bisogni del corpo con quelli dell’animo, tuttavia, non poteva accettare gli astuti, maliziosi e maledetti villani nella schiera dei suoi cultori.
È quanto annoverava tra gli Abusus et vitia rusticorum il cardinale Paleotti, consigliere giuridico di papa Pio IV al concilio di Trento. Ad onor del vero, anche i diffidenti contadini si fecero ben presto credenti in Porziano, Costa di Trex e Colcaprile, dopo esser stati posti alla cura di San Lorenzo, Santo Stefano, San Donato.
Un persistente sospetto rimase invece per i patroni e padroni cittadini.
Le formule aritmetiche e quelle latine sembravano fare il paio nel trarre in inganno.
Sottraendo e minuendo, non in solo pane vivit homo, nascondevano un oscuro significato ma sempre un pollo in meno finiva nel cesto del contadino.
I mezzadri appoderati erano gente schiva, di poche parole, capaci di interpretare i segni del tempo e non quelli della città, dove dovevano segnare i figli in comune, farsi segnare le medicine dal dottore, segnarsi a croce per la cresima. Tanti segni nascondono sempre inganni e i libretti colonici di sozzo cuoio somigliavano troppo ai breviari dei canonici in consunta pergamena. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Dio per tutti, ognun per sé.
I contadini erano restii a trarre soddisfazione anche dalla morte del padrone, nonostante le tribolazioni patite a causa delle sue furberie.
Al peggio non c’è mai fine. Quello nuovo poteva, per capriccio, allontanarli dal podere o esser più prepotente ancora di chi lascia. Avvisati del lutto, partecipavano sempre al funerale in san Rufino con tanto di giacca, magari lacera e non di stagione. L’unica che avevano, quella indossavano. Andavano non tanto per l’estremo saluto quanto per il benvenuto. In chiesa c’erano tutti color che possono. I padroni del cielo e della terra con tanto di sacrestani e fattori. L’eterna diffidenza dei coloni si univa alla sensazione di sentirsi a casa d’altri. Meglio prender le distanze e mantenerle. Cambiate le scarpe alla Madonna del Soccorso, varcata la Porta Perlici, tutti smontavano dal somaro e bussavano alle case del rione per lasciarlo custodito in improvvisate stalle. Preferivano dar così riparo all’animale. A chi apriva il proprio fondo lasciavano una coppia d’uova per ogni ora in sosta. Pazienza, un prezzo andava pagato.
Smentiti un giorno dalla storia, non ritenevano il sagrato luogo ove lasciar somari da vettura. Sembrerebbe per l’innata diffidenza e la voglia di distanza, forsanco per sapienza o mancanza d’ignoranza.
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