Due animali, assai simili di fattura, collocati su mensole sopra le fonti di Perlici e Moiano suscitano da secoli la nostra curiosità. Si tratta di un elefante, di un castoro, di un orso? Difficile dirlo.
L’ipotesi dell’orso è a oggi la più accreditata. Il toponimo Perlici che sin dall’età medievale distingue il quartiere, andrebbe ricondotto, infatti, non tanto alla forma Parlasium o Perlasio, con la quale vennero distinti un po’ in tutta Italia gli antichi anfiteatri romani, ma piuttosto al germanico bèra-laìka, che indicava il luogo dove avvenivano i combattimenti tra orsi. L’anfiteatro di Assisi potrebbe aver ospitato in età longobarda giostre con fauna nordica, proseguendo la tradizione di giochi circensi e battaglie di età romana. Nella Fonte di Perlici l’orso evocherebbe, una memoria aleggiante tra i lanaioli che animarono il rione con la loro attività, sostenuta proprio dalle acque dette volgarmente della gorga di Perlascio.

Considerando che lo stesso animale è scolpito anche sulla Fonte di Moiano, la proposta di identificazione suscita qualche perplessità lasciando spazio al castoro, il grande roditore presente ove abbonda acqua, richiamato dall’evidente dentatura ma privo della tipica coda piatta che lo contraddistingue, un dettaglio sul quale l’erosione del tempo potrebbe aver fatto il suo corso.
Un collega, esperto di iconografia di animali raffigurati in opere d’arte medievali, suggerisce di non tralasciare neanche l’ipotesi coccodrillo, rettile dalla connotazione diabolica, archetipo del divoratore, posto in questo caso a guardia di un bene comune come l’acqua, preziosa a Perlici per i tintori di panni e a Moiano per i calzolai, che impiegavano i lavatoi per la concia delle pelli.
Un dato storico potrebbe aiutare. Nel 1294 la Fonte di Moiano, documentata già nel 1155, viene restaurata su iniziativa del Capitano del Popolo Guido di Giacomo da Cortona, che nello stesso anno promuove la costruzione della Fonte di Perlici. Entrambe i complessi architettonici recano epigrafi che ricordano l’uomo di governo. A Perlici si legge in un’iscrizione in caratteri gotici: “Facta fuerunt haec opera fontis et Gurge tempore nobilis et sapientis viri domini Guidonis Iacopi de Cortona legum doctoris honorabilis capitanei civitatis Asisii sub anno Domini MCC nonagesimo IV indictione VII ecclesia romana vacante pastore”. Di quella a Moiano, andata a perduta, si conserva il testo grazie alla trascrizione fattane da Francesco Antonio Frondini: “Nobilis et sapiens vir D. Guido Jacopi de Cortona Legum doctor capitaneus … et populi civitatis Asisii sub anno MCCLXXXIIII”.

Il suo stemma, uno scudo con scaglione sormontato da cinque mezze lune, compare sulla cortina muraria di entrambe le strutture. Sembrerebbe logico ricondurre la presenza dell’animale alla precisa volontà del nobile e saggio Guido da Cortona; forse, assieme al suo blasone, volle lasciare un emblema della casata che oggi non riusciamo più a comprendere nel suo autentico significato.
A Perlici, oltre allo scudo crociato, antico simbolo della città, si leggono ancora le date 1736 e 1826, relative ai restauri eseguiti in quegli anni.
A Moiano sono scomparse le due iscrizioni poste un tempo accanto allo stemma municipale; vi era scritto: BENEDICETE FONTES DOMINO (benedici le fonti del Signore) e BIBITE AEGRI ET VALETE (bevi malato e guarisci). Stesso triste destino è toccato a un’altra lunga epigrafe copiata da Frondini; in italiano suona così: “Questa celeberrima sorgente sgorgante dal Monte di Giano con la salubrità delle acque nucerine, capace di scacciare molte malattie, per l’età e l’incuria dei predecessori fu ridotta quasi a un ninfeo; a beneficio degli infermi e per la comodità dei cittadini il gonfaloniere e i priori restaurarono questo bene pubblico nel settembre 1734”.
Chissà se un giorno gli eredi di questi valenti uomini di governo vorranno risarcire ancora l’antica fonte, da lungo tempo nell’incuria e nell’abbandono, restituendole il decoro che si dovrebbe a un patrimonio della comunità. La storia insegna che fonti e piscine ad Assisi non hanno mai avuto vita facile. Forse, allora, quell’animale scolpito è solo un coccodrillo piangente sul perduto bene, dopo vane promesse pronunciate al vento elettorale.
