Assisi non sarà Capitale della cultura nel 2025. Ed è una fortuna.
Non entriamo nel merito del dossier di candidatura. Va detto, comunque, che la giuria ha tenuto conto, come in premessa, prevalentemente della capacità di promuovere attività culturali, dei progetti che si intendeva sviluppare, della struttura che li avrebbe portati avanti, della proposta in termini di generazione e rigenerazione urbana.
In definitiva non si intendeva premiare la città più bella, o il migliore ‘giacimento’ culturale, ma le idee più promettenti in termini gestazione, realizzazione e divulgazione culturale. E’ possibile anche che la scelta di Agrigento non abbia seguito una logica strettamente meritocratica. Ma questa non è una novità nel nostro Paese.
Però, dicevamo, è un bene che Assisi non abbia vinto la competizione.
La ragione è semplice: Assisi non ha, in questa fase storica, un problema di marketing turistico. Le presenze aumentano ogni anno ed è ormai evidente che la questione – quasi un’emergenza – è quella dell’overtourism. Ormai non esiste più la bassa stagione e, per certi aspetti, questo è un bene. D’altro canto è il segnale della saturazione.
Nei prossimi anni si susseguiranno una serie di anniversari e ricorrenze: stimmate di Francesco, Giubileo, Cantico delle Creature e morte del Santo, che consentiranno di avere una straordinaria visibilità mediatica.
Si tratterà, semmai, di proteggere il territorio e i centri storici dall’arrivo di troppi turisti. Abbiamo già verificato nei ponti dei mesi scorsi, e lo vedremo di nuovo in occasione della prossima Pasqua, come sia complicato gestire gli imponenti flussi.
Quando non si è più in grado di gestire le masse si può a ragione, questa volta, parlare di invasione ed è bene che chi gestisce la cosa pubblica ne sia consapevole. Ora vi è bisogno di politiche deflative, non serve più cercare di incrementare arrivi e presenze. E’ impellente salvaguardare l’esistente.
Se si continua ad amministrare con una logica mercatistica, a offrire sponda all’anima bottegaia della città, alla logica bulimica del consumo, si ottengono effetti devastanti: distruzione del tessuto sociale e occupazione dissennata del territorio.
È esattamente il contrario di ogni aspirazione ambientalista.
Siamo già avviati su questa strada, l’Amministrazione comunale dovrebbe esserne consapevole e correre immediatamente ai ripari.
Come? Ponendo confini all’esposizione mediatica, individuare normative protettive del tessuto sociale, incentivare potentemente la qualità dell’offerta culturale.
Finora si è fatto l’esatto contrario