03 Aprile 2022

Il buio della montagna

Francesca Tuscano
Il buio della montagna

Avete mai visto un’upupa? È bellissima. Non frequenta i cimiteri, e neanche le case dei poeti. A meno che non si trovino vicino ad un bosco. Ed è grigia. E colorata. È un ossimoro, con la cresta, che arriva, a vivere della primavera, da solo. Non è un animale sociale, l’upupa. Come il pettirosso, il solitario dell’inverno. La luna, l’upupa, non l’ha mai vista. L’upupa vive di giorno. È sodale con gli umani. La notte è l’ora della tana. L’ora della luna. L’ora del bisturi. Lo scrisse una poetessa che s’impiccò, in una campagna enorme e lontana. L’ora dell’anima. E in quell’ora si sceglie. L’upupa scompare nel buio. Una bellezza è inutile se non la si può vedere. L’upupa lo sa. Di notte si scrive su un foglio che il giorno dopo si dimenticherà. Eppure, certamente è su quel foglio che sono state scritte le cose davvero importanti. Dietro il Monte, ora, è tornato il buio. E questo potrebbe essere un bene, per l’upupa. Se gli umani se ne vanno, torna l’equilibrio dell’inutilità. La santità del caso, l’ordine della vita. Fino a dieci anni fa, però, le colline erano disseminate di luci. Gli umani erano tornati a vivere nella campagna che avevano abbandonato. Chi sa perché. Non per amore, forse. Perché ora se ne sono andati di nuovo, e si abbandona ciò che si ama quando non lo si ama più, e allora forse non lo si è amato mai davvero. Adesso, quando la luna non c’è, la notte taglia con la nettezza che le compete – di qua il tempo dell’upupa e del pettirosso, di là quello della civetta e dell’assiolo. Ora, se un albero cade e ostruisce un sentiero, gli istrici hanno una tana. Se gli olivi e le vigne sono abbandonati, gli uccelli hanno più cibo. E questo è un bene. Sì, certo, è un bene. Ma non c’è un bene all’origine di questo bene. Una natura umanizzata da millenni ha bisogno anche dell’uomo. Un uomo saggio, certo, che la natura la rispetti per la sua inutilità, oltre che per il suo uso, che sappia che esista un di qua e un di là, come nell’ora della luna. Ma un uomo. La cura delle vigne, degli oliveti, dei pascoli, degli orti e dei frutteti di montagna, i boschi ripuliti e fatti avanzare ad arte, il restauro dei muri a secco e delle siepi, delle vecchie case con i loro annessi – tutto questo è un bene. E anche l’upupa lo sa. Non a caso vive accanto agli umani. Anche se a debita distanza. Ma gli umani non possono vivere come lei. Da troppo tempo l’uomo è diventato altro. Se l’ora della luna è l’ora dell’anima, è perché nella notte l’uomo non dorme solo del sonno della tana, ma vede fantasmi, e sogna. E per questo dietro il Monte esistevano scuole, e locande, e strade curate ogni giorno. Ora, in gran parte delle colline non c’è più neanche un mezzo pubblico che porti i bambini a scuola, e le famiglie se ne vanno in paese, dove tutto è più facile. Rimanere, ostinatamente, a condividere lo spazio dell’upupa, è diventato un atto politico. Ci si conta, e non si sa cosa sia più giusto lasciare di qua o di là. Si continua a scrivere di notte. Di giorno si dimentica. Un pezzo di strada di nuovo praticabile sembra una specie di miracolo. E ogni mattina ci si sveglia all’alba per entrare nel mondo degli umani urbanizzati a lavorare, a studiare, a frequentare i luoghi inutili così importanti se non sei un’upupa. Davanti al Monte la luna la vedi di una luce meno crudele. Perché nella pianura, di luci umane, ce ne sono tantissime. Anzi, più diminuiscono tra le colline, più aumentano ai piedi del Monte. E anche questo non è un bene. Anzi, è un male che ha un male all’origine – aver dimenticato la santità dell’inutilità. Ai piedi del Monte è difficile ormai guardare all’arrivo dell’upupa o del pettirosso come al limite tra la stagione del sonno e quella del risveglio. Gli umani fanno troppo rumore, troppa luce. Gli uccelli lentamente si allontanano. Forse, un giorno, occuperanno le costruzioni vuote che continuano a crescere, mangiandosi la terra. O forse no. C’è un’ora dell’anima come c’è un’ora della luna. E quell’ora è l’ora dell’upupa e dell’uomo insieme. Dietro al Monte è sempre meno importante. Ai piedi del Monte dovrebbe esserlo. Lungo la strada dell’upupa si può tornare indietro per andare avanti. Tra le colline. In pianura.

Francesca Tuscano

Francesca Tuscano laureata in Russo, Italianistica e Lingua e Cultura Italiana. Ha scritto di letteratura, teatro, cinema e musica russi. Lavora come catalogatrice di fondi musicali, traduttrice dal russo, librettista.

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