06 Marzo 2022

Ci vorrebbe un Pasolini

Carlo Cianetti
Ci vorrebbe un Pasolini

Pasolini nacque il 5 marzo di 100 anni fa.

Era il giugno 1974 quando scrisse sul Corriere della Sera “Gli italiani non sono più quelli”, da poco il Paese, con un referendum, aveva riconfermato divorzio, erano vivi i rigurgiti del Sessantotto e si era in una fase di grandi contrapposizioni politiche e ideologiche.

In quell’articolo tuonava contro i fascisti (“L’Italia … ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo”) e contro gli antifascisti, perché entrambi asserviti al consumismo, soverchiante e omologante condizione esistenziale.

Le parole di Pasolini suonano perfette se commisurate ai nostri tempi, ma allora dovevano sembrare eccessive e iperboliche. Pasolini godeva nell’andare oltre, nel gettare l’occhio al di là dell’apparenza, nel rompere gli schemi. Perché solo guardando una faccia e il suo opposto è possibile inquadrare la realtà.

Anche se la critica al consumismo non va più di moda, semplicemente perché il consumismo non è più una tendenza, un elemento di novità che si affaccia prepotente nella società dopo gli anni della guerra e della povertà, ma è la condizione, il terreno di coltura del quale si nutre l’intero occidente. Consumare è come respirare.

Pasolini poteva permettersi di fracassare il senso comune, di violare le consuetudini, di massacrare la società borghese perché conosceva la povertà, il disdoro che quella società riservava a chi era diverso, omossessuale e quindi “peccatore”.

Il PCI, la Chiesa, certo contesto culturale condannarono Pasolini, di fatto lo emarginarono, pur riconoscendone il valore creativo, la capacità di inquietare e sobillare le coscienze.

Come gli assisani sanno Pasolini frequentava la nostra città, in particolare la Pro Civitate Christiana. Mentre era in Cittadella ebbe l’illuminazione per uno dei suoi film più importanti, Il Vangelo secondo Matteo, che Martin Scorsese ha definito “…il miglior film su Cristo”.

Era attratto dalla figura di San Francesco, forse dalla sua potenza rivoluzionaria, dalla sua capacità di rompere con le convenzioni e di convertirsi, cioè di stravolgere, di cambiare, di buttare all’aria un mondo. Francesco era il contrario dell’omologazione, aveva avuto il coraggio di gettarsi nella dolorosa povertà. Un uomo libero, come libero può essere solo chi rinuncia o è stato in grado di rinunciare al benessere. Togliere anziché accumulare, tornare alle origini, riscoprire l’autenticità primitiva.

Eppure, entrambi, il Santo e lo Scrittore, sono sempre rimasti nell’alveo delle istituzioni: Francesco ha rifuggito le tentazioni ereticali, ha obbedito al Vescovo e ai Papi che si sono succeduti nel corso della sua vita. Pasolini, nonostante le feroci critiche alla Chiesa, allo Stato, al PCI, si definiva cattolico, italiano, comunista.

Due vite che si specchiano nella identificazione della “testimonianza” quale strumento potente di ribellione e cambiamento. Due vite che indicano strade impervie ma percorribili ai giovani di oggi, depressi perché impelagati nella melassa del benessere, della velocità e del consumo.

Carlo Cianetti

Giornalista a Radio Rai, appassionato di Assisi, ha fondato questo trimestrale nel 1995 insieme a Francesco Mancinelli e Giovanni Bastianini

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