Quattro settembre 2021, secondo giorno del festival “Ogni angolo. Ogni pietra”, performance itinerante di teatro e musica, voluta, ideata e realizzata dal Piccolo Teatro degli Instabili (indicare la data è importante, perché ognuno dei tre giorni del festival propone spettacoli diversi, con ospiti musicali diversi – il quattro settembre, i Tetraktis).
L’arte ha un dono, e una responsabilità – farci ripercepire la realtà, cambiando l’ordinario rapporto tra un segno e il suo significato. Per questo so (pur scusandomene) di poter parlare di ciò che ho visto e ascoltato e vissuto, in prima persona, cioè solo secondo il mio privato punto di vista. I segni sono esperienza individuale, prima che sociale. Anzi, sociale perché individuale. Attraverso una narrazione che sarebbe piaciuta all’ingenua passione anarchica del Living Theater e dei Formalisti russi, dunque, ho ripercepito, visto di nuovo (come per la prima volta) i vicoli di Piazza Nuova, dove camminavo meravigliata, da bambina, e dai quali passavo in fretta da adulta, resa miope dall’abitudine. Ho guardato al Convitto dalla prospettiva di un’automobile. Ho pianto pensando a mio figlio che mi ascolta mentre racconto di una piazza che non era ancora parcheggio. Seduta dentro San Rufino, ascoltando un canto sacro (perché senza volto), ho parlato con mia madre, che proprio lì ha salutato per l’ultima volta la città che aveva scelto, raccogliendo una bacca di cipresso. E ho rivisto ogni singola pietra della facciata che mi accoglieva quando andavo a studiare musica. Le scalette che facevo di corsa per andare a cantare, mai viste come quando le ho ascoltate – percussioni sincrone al battito del respiro. E il Corso. E Santa Chiara, così grande dentro il cerchio trattenuto e lanciato da un corpo che prendeva forma di direzione, avvicinandosi al sole. I vicoli che passano sotto Piazza, dove ho baciato chi mi ha tradito. Le fonti di Mojano, che, non più oppresse dalla volgare disattenzione dell’ingresso di un parcheggio, erano corte di canti di mare e di piccole campane. I vicoli che portano a San Francesco, così soli e pacificati nel canto di una fisarmonica e di una voce che cantava la solitudine. Il dolore delle porte che non rispondono, in case dalle finestre spente come gli occhi di chi non vuole più vedere. E i portici del piazzale della basilica, esatti come gli intervalli dell’armonia di percussioni e canto che accompagnava la danza di un coro bianco diventato nero dopo esser stato rosso (ogni città è somma di vite, finite e nuove, che urlano, soffrono e ridono). Assisi non è stato più il luogo della distrazione, della banalità della bellezza venduta al miglior offerente. Il nesso ovvio tra un segno consumato e il suo significato più triviale era stato stravolto. Un gatto osservava attori e spettatori dietro la grata della sua finestra, una signora si commuoveva ascoltando dal balcone la fisarmonica che seduceva il canto, i turisti erano stupiti – tanto da sembrare assisani. Ultimo contro-segno – un frate in lambretta che tentava di coprire la Felicità di Dalla (e la nostra). Muta, me ne sono rimasta a guardare quello che non vedevo più da troppo tempo. Assisi era di nuovo una madre giusta, che non edulcora la realtà, nascondendo le rughe della sua bellezza impastata al tempo (che altrove si chiamerebbe storia). La si dovrebbe amare per questo, per la sincerità che disconosce la prevedibilità di un’immagine che non le appartiene. E io l’ho amata proprio per questo, e l’ho ringraziata per la cura che ha avuto della mia nuova memoria, mentre ringraziavo Fulvia e gli artisti (tutti) che hanno narrato a me una nuova me dentro una città che avevo dimenticato. E l’ho fatto anche (e forse soprattutto) per chi non c’era.