
Claudio Carli scherzava spesso sulla morte, la sua battuta preferita era quella che aveva sentito da Leonello il Moretto: “La morte è strana: punta da me e chiappa da te…!”.
Anche stavolta ha sbagliato mira la Signora con la falce, ma ci consola sapere che Claudio è vissuto in maniera intensa, da uomo libero, soddisfatto per quel che faceva e in particolare del suo lavoro. Disegnare, dipingere, creare con le mani erano il suo ossigeno, anche quando i suoi polmoni lo facevano tribolare.
L’arte di Claudio era determinata da una decisiva componente emozionale e da una potente dimensione sociale, che si concretizzava nella condivisione dei suoi progetti con chi gli stava attorno, con gli amici, con i tanti conoscenti, con la città.
Quando 30 anni (1991) fa decise si riempire la facciata di palazzo Silvestri in piazza San Rufino, dei suoi dipinti, da cima a fondo, trasformando un sobrio e tutto sommato anonimo edificio, in una quadreria all’aperto, punteggiata di paesaggi e di colori, accorse tutta Assisi a tributargli ringraziamento.Era il suo gusto per la sorpresa a guidarlo, un regalo alla città, nel quartiere nel quale trascorreva buona parte del suo tempo. Ed era divertente osservare lo stupore che coglieva i turisti quando, già gratificati dall’eleganza della facciata di San Rufino, si volgevano dietro e scorgevano quest’altro inaspettato angolo di bellezza.

Per certi aspetti ancora più clamorosa fu l’installazione “Ad Caelum” (1994), in cui gli oli su tela, di grandi dimensioni, vennero sparsi agli Stazzi, in cima al Monte Subasio. Rimasero lassù, indifesi, per molte settimane, all’aperto, sotto le insidie della pioggia, del vento, del sole e degli uomini. Ritraevano paesaggi simili a quelli in cui si confondevano: prati, promontori, boschi. In molti si chiesero che senso avesse quell’operazione. Claudio spiegava a quanti lo aiutarono a installare quelle tele che l’opera d’arte va abbandonata a se stessa, in qualche modo donata alla natura, lasciata alla sua deperibilità. La sensazione è che in quella fase, volesse anche compiere un gesto provocatorio, fare i conti con il complesso rapporto fra denaro e arte.

“La città delle lettere”, ovvero il racconto artistico come occasione di riscatto. Fu un’operazione straordinaria, figlia della disperazione che colse gli assisani dopo il terremoto del 1997. Claudio riuscì a coinvolgere decine di persone, prevalentemente giovani, e l’idea fu quella di riempire il centro storico – da San Pietro a Piazza Nuova – con lettere di ogni tipo: tratte da epistolari conosciuti, dal proprio archivio personale, oppure di fantasia, magari espressione di desideri o auspici. Le parole erano scritte all’interno di oggetti d’arte creati per l’occasione dalle tante persone che presero parte al progetto.
Quell’idea fu riproposta da Claudio, in seguito, a tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute, perché poteva essere il perno di una manifestazione di ampio respiro, una sorta di Festival che mettesse in connessione varie forme di arte attraverso un trait d’union: la comunicazione dei sentimenti fra le persone. Tutte le amministrazioni hanno accolto con parole di lode quel progetto e tutte hanno promosso e speso soldi per altri eventi, talvolta vergognosi.
L’installazione “Leggeri sul filo” (2015) fu il risultato di una gioiosa follia. Claudio volle fare un regalo alle persone di Piazza Nova, agli amici che frequentava quotidianamente, dedicando loro un ritratto. Un lavoro estenuante, decine e decine di disegni realizzati a carboncino su lenzuola e poi appesi sui fili, come panni a stendere, in via Montecavallo, uno dei vicoli più suggestivi e antichi di Assisi. La sua inaugurazione si è trasformata in una festa di quartiere, fra musica, vino, cibi cucinati dalle donne della Via, allegria e gratitudine da parte degli astanti.

Era traboccante di felicità ed emozione Claudio alla presentazione del Drappellone per il Palio di Siena nel Palazzo Pubblico (edizione della Madonna di Provenzano, 2012).
La realizzazione di quell’opera gratificava un suo desiderio intimo e molto profondo, quasi un sogno, gli consentiva di palesare, con il linguaggio dell’arte, la sua passione per il Palio e l’ammirazione profonda per la città di Siena e quindi di addentrarsi a pieno diritto, con un ruolo chiave, in quell’enclave impenetrabile costituita dalle contrade. Claudio ha creato un “Cencio” di rara bellezza, elegante e sobrio, peraltro dedicato a San Francesco, nell’anno in cui Siena commemorava un evento miracoloso a opera del Santo di Assisi: il saio, l’ulivo, le ghiande di rame, poco colore, dipinto davanti e dietro.


La fortuna in quel caso gli rise in faccia e la corsa del 2012 fu vinta proprio dalla contrada dell’Onda, quella per la quale parteggiavano da quando erano poco più che ragazzi Claudio e sua moglie Manuela, in seguito contradaiola a tutti gli effetti, grazie al rito del battesimo.
Così il nostro caro Amico ha lasciato un segno permanente anche nella sua Contrada e in quella Siena che a tutti gli effetti può essere considerata la sua seconda città.
In molti dobbiamo qualcosa a Claudio, perché ha sparso generosità a piene mani e in modo disparato. La sua arte ha avuto momenti molto intimi, introspettivi, ma abbiamo la sensazione che sentisse pienezza di sé e del mondo che lo circondava quando riusciva a condividere il suo lavoro con le persone che frequentava, con il contesto sociale nel quale viveva.
Non ha lo abbiamo mai sentito definirsi “artista” perché, da grande conoscitore della storia dell’arte e del panorama artistico contemporaneo, si è sempre posto in una posizione di umile distacco rispetto a quanti riteneva maestri dell’arte.
Un giorno, un conoscente incontra Claudio al bar, lo saluta: “Buongiorno Maestro!”. E lui, ridendo di sottecchi: “E come, una volta insegnavo alle medie, ero professore, adesso mi hai retrocesso a maestro?”.
Noi lo chiamavamo “professore”, ma sapevamo che era un “maestro”.