Viene fin troppo facile, parlando della beatificazione di Carlo Acutis, citare la frase pronunciata da Gesù: “date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”.
È la risposta più banale a quanti si indignano, criticano, ironizzano sulla vicenda di questo giovane che ha trascorso anni della propria vita nella nostra città.
Nella sostanza, una parte degli assisani – ma non solo – manifesta scetticismo sui reali meriti del beato Carlo. Ma chi è cattolico non può fare altro che affidarsi agli uffici di Santa Madre Chiesa.
La beatificazione è percorso ben definito attraverso codici e tradizioni. Esistono elementi soggettivi ma anche accadimenti oggettivi per giungere alla santità e in definitiva, in una monarchia assoluta come è quella che governa i cattolici di tutto il mondo, le regole arrivano dall’alto, anzi dall’Altissimo, e perciò vanno accettate.
Ogni discorso, congettura, elucubrazione ha, per credenti e fedeli, una conclusione sintetizzabile in alcune parole chiave: mistero, fede, dogma.
Il volgo ciarliero sostiene che il Beato Carlo sia un “raccomandato” di mammona. I suoi genitori sono ricchi e perciò si sospetta abbiano potuto disporre di strumenti assai convincenti presso le istituzioni ecclesiastiche.
Chi ha conosciuto bene Carlo Acutis ne parla come di ragazzo prodigioso, dotato di sconfinata generosità, ottimismo, giovialità e spirito caritatevole, con doti intellettuali elevate, profondamente credente. In vita, così come dopo la morte, la sua figura è costellata di fatti difficilmente spiegabili con logica razionale.
Ognuno può esprimere giudizi e critiche, ma solo la Chiesa può stabilire chi merita un posto in prima fila in Paradiso. E la Chiesa ha stabilito che Carlo Acutis è fra questi. I cattolici hanno una sola scelta: crederci.
Al fedele non è consentito fare graduatorie fra i santi, perché se si va a vedere il calendario, molti di loro lo sono diventati in circostanze quantomeno discutibili.
Facciamo l’esempio di un Santo a noi molto caro, che era anche Apostolo: San Giacomo di Compostela. Come si fa a credere che il suo corpo, dalla Palestina dove morì, possa essere stato ritrovato in Galizia, lembo estremo dell’Europa occidentale? Santa Madre Chiesa lo spiega bene: alcuni suoi fedeli, lo misero in una barca e poi ci pensò un angelo a riportarlo nella terra dove aveva predicato per anni dopo la morte di Cristo. Con disincanto si può congetturare che in quegli anni – siamo nel nono secolo – la Chiesa avesse bisogno di una figura di riferimento in una terra in cui dominavano altre religioni e credenze; così si escogitò il ritrovamento della tomba del Santo.
Ebbene, nessuno si mette oggi a contestare la santificazione di Giacomo Matamoros, che anzi è uno dei Santi verso i quali si rivolgono crescenti attenzioni devozionali, anche da parte di non credenti.
Tornando a Carlo Acutis e volendo insistere con le sacre scritture, a lui non è applicabile neanche la parabola della cruna dell’ago, perché il giovane viveva in stato di benessere ma non aveva l’età per essere definito ricco quando è morto. Ricchi erano e sono i suoi genitori.
Osserviamo con grande rispetto il Beato Carlo Acutis e questa volta, seppure con atteggiamento agnostico, preferiamo aderire alla scommessa di Pascal che nel dubbio sull’esistenza di Dio scelse di crederci perché in palio c’era la salvezza eterna e in caso di sconfitta, nessuna perdita.