06 Giugno 2020

Il mondo incantato di Rocca Sant’Angelo

Elvio Lunghi
Il mondo incantato di Rocca Sant’Angelo

La chiesa francescana più bella di Assisi si trova a Rocca Sant’Angelo, all’ingresso nella Valle Umbra del fiume Chiascio. “Ma Rocca Sant’Angelo non è Assisi”, qualcuno dirà; “è quasi più lontana di Santa Maria degli Angeli”. Cosa c’entra? Neanche San Damiano, nemmeno le Carceri sono entro le mura di Assisi. A essere filologi, o pitocchini, anche il convento di San Francesco, che manco è una chiesa francescana perché la volle un papa, e anche il monastero di Santa Chiara, che lo vollero le monache e dunque fa storia a sé, sono all’esterno della prima cerchia delle mura romane. Se per qualcuno Assisi nasce vive e muore nel perimetro di Piazza Nuova, qualcun altro ha scritto un tempo che Assisi è tutto lo spazio “intra Topino e l’acqua che discende dal colle eletto del beato Ubaldo”. In qualche modo anche Bastia potrebbe dirsi Assisi, anche se qualche dubbio io lo avrei: Bastia è troppo, Bastia non si può, c’è un limite che passa al Mezzomiglio poco dopo la Coop, hic sunt leones.
Insomma Rocca Sant’Angelo ha la chiesa francescana più bella di Assisi perché è tutta vera. Non è il risultato di un ripristino, un cuciscuci che ha rimosso le aggiunte e ha rammendato le assenze, come è avvenuto in San Damiano che non è più la chiesa dei tempi di Francesco, e nemmeno quella dei tempi di Chiara, ma è la chiesa voluta dall’ultimo guardiano che ci ha messo mano, come lo hanno fatto tutti i suoi predecessori.
Ovvio anche a Rocca Sant’Angelo tutti i guardiani hanno messo le mani nella loro chiesa, ma ognuno lo ha fatto aggiungendo un pezzettino al puzzle preesistente, nessuno ha tolto quel che qualcun altro aveva fatto prima. Il rispetto per il lavorio altrui è uno dei grandi insegnamenti di Francesco: l’amore per tutte le creature, fosse anche la più piccola e umile. Figuriamoci per un essere umano, fosse anche il sacerdote più meschino della terra, la terra che è di Dio.

Nel convento di Rocca Sant’Angelo a un certo punto finì la storia. Finì nel 1652 quando Innocenzo X ordinò la chiusura di tutti i conventi con meno di 12 frati, ma il convento della Rocca non fu chiuso perché i frati del Sacro Convento di Assisi ne rivendicarono il possesso riducendolo a eremo per i loro esercizi spirituali. In pratica diventò come il ritratto di Dorian Gray: tutto invecchiava ma nulla in lui mutava. Nei decenni successivi non avremo stucchi, né altari, né quadri colorati, come avverrà altrove quando gli interni primitivi seguiranno la moda della stagione barocca.
Così, quando all’inizio del Novecento, si tornò a cercare l’arte dei tempi di Francesco, trovandola più speciale dell’arte dei tempi moderni, allora Rocca Sant’Angelo diventò un tesoro tra i monti, che è il titolo di un articolo uscito nel 1920. Ecco, un tesoro fatto di cose semplici, che sanno di pane, di vino, di olio, che sa di preghiere.
Oggi Rocca Sant’Angelo conserva intatta una decorazione che va dal primissimo Trecento alla metà del Cinquecento, con pochi ornamenti floreali del secolo seguente. È come entrare in una bolla, si entra in un mondo incantato che è quello che tutti vorrebbero incontrare salendo ad Assisi: una città fuori dal tempo, un luogo spirituale, la terra dell’arte, della musica, il luogo dove è nata la poesia in lingua volgare, dove Francesco scrisse i versi delle sue canzonette, per dire sì il mondo è bello, la vita è bella.
A Rocca Sant’Angelo la luce del sole, mutando luogo alle ore del giorno, dà ancor oggi significato alle antiche immagini che ne rivestono le pareti. Così la storia delle Stimmate fu dipinta – oggi si vede la sola sinopia – dove la luce del sole al tramonto illuminava le pareti. Sopra le Stimmate, che sono del primissimo Trecento, due, tre decenni dopo furono dipinte tre storie dell’infanzia di Cristo: presentazione al Tempio, fuga in Egitto, il colloquio di Gesù con i dottori nel Tempio. Chi sia il pittore io non lo so, si sono spesi tanti nomi ma preferisco lasciarlo anonimo, con indosso l’aria di mistero che è all’origine della vita.
È curioso come la lettura vada fatta da destra a sinistra, cioè al contrario di come si dovrebbe fare leggendo le pagine di un libro. Come la storia al centro rappresenti una povera famiglia in fuga al posto di una Theotokos, la madre regina con il figlio re. È una vicenda molto umana, che racconta di frati in fuga quando Giovanni XXII da Avignone ebbe la tentazione di sopprimere l’ordine dei frati Minori. E lo avrebbe fatto se il ministro generale del tempo non si fosse dimesso per fuggire nei paesi d’oltralpe, mentre frati meno fortunati abbandonarono i grandi conventi urbani per cercare rifugio negli eremi tra i monti.
Questi frati che a Rocca Sant’Angelo misero in figura davanti a Dio – i tre quadri nell’abside vanno visti dall’alto dei cieli, non dal basso della terra – la loro condizione di perseguitati, sono come Iacopone da Todi che, messo in prigione da Bonifacio VIII in una lotta di potere tra baroni romani, mise in versi la sua disperazione di uomo e il suo amore di frate verso il Cristo passionato e crocifisso. Le pareti dipinte della Rocca risuonano come i versi infuocati di Iacopone, chiedono solo una voce che dia loro la parola, ma lo fanno senza urla né strepiti: c’è umiltà, c’è grazia.
Certo, anche gli affreschi di Giotto ad Assisi sono belli, lo sono anzi di più. Però ci raccontano della storia una versione ufficiale, che è quella celebrata dai vincitori. Le pareti della Rocca ci danno la versione dei perdenti. Sì è vero, abbiamo perso, però abbiamo combattuto la buona battaglia, abbiamo terminato la corsa, conservata la fede. Ora aspettiamo la corona che il Cristo darà un giorno a coloro che ne attendono la giustizia. Sono le celebri parole dell’apostolo Paolo in prigione prima della fine, ma potrebbe averle scritte il frate che fece dipingere questi affreschi.
È una storia complicata, ma se non ci fasciamo la testa dal voler spiegare tutto, restando in silenzio, se ne può contemplare la bellezza spirituale.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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