Le grandi feste di popolo sono universali, cioè trasversali e onnicomprensive: per genere, età, classe sociale.
Il Calendimaggio, da qualche tempo, sembra diventare sempre più evento generazionale, cioè la Festa dei giovani ancora in età scolare e universitaria. Momento di aggregazione di chi ha ancora energie per far tardi la sera e rubare un po’ di tempo agli studi.
È un tema che in un precedente articolo su Assisi Mia ha sollevato Delfo Berretti, raccontando anche aneddoti risalenti ai decenni scorsi.
Questa Festa ha consentito a intere generazioni, distanti fra loro, di conoscersi e di apprezzarsi. Nel Calendimaggio si assumono ruoli diversi da quelli che si hanno nella società.
A Parte de Sopra, ad esempio, Renato Carpisassi, che nella vita fra le oltre cose era anche istruttore di scuola guida, in falegnameria era leader assoluto, principe di Santa Chiarella, burbero, severo e di poche parole ha guidato tanti giovani all’arte del recupero del legno già usato e all’uso delle prime macchine per lavorare il legno.
Marcello Rossi, a Parte de Sotto, che nella vita svolgeva un lavoro impiegatizio alla Daca, nel Calendimaggio era il vate, conoscitore della storia medievale e raffinato scrittore, uomo di poche parole e di grande passione, regista e sceneggiatore di pagine importanti della Festa.
Giovani e vecchi che si incrociavano, si conoscevano meglio, si guardavano con occhio diverso da quello dell’ordinario quotidiano.
Il brodo sociale di una festa come il Calendimaggio diventa può gradevole e godibile se viene cucinato con galline e polli giovani e vecchi, perché assume sapori e retrogusti prima ignorati. Le parti diventano palestre di vita in cui si apprendono abilità e nuovi saperi.
E allora qualcosa va fatto per preservare questa multi-generazionalità.
Alle parti rivolgiamo l’invito a non disperdere, per esempio, l’esperienza dei priori e dei gran cancellari degli anni precedenti, creando un organo consultivo che li riunisca, che giovi ai consigli in carica come punto di riferimento anche per la risoluzione di problemi e conflitti interni. Un organo che potrebbe essere allargato anche ad altri personaggi attivi in passato.
Questa sorta di senato non deve avere alcun potere decisionale vincolante per le parti, ma semmai incarichi per l’organizzazione della vita sociale di ognuna di esse. In casi di emergenza, come accadde all’inizio degli anni Novanta alla Parte de Sopra, può assumerne le redini, ma solo per un periodo molto limitato e consentire lo svolgimento della festa.
Non ci sarebbe bisogno di nessun cambiamento statutario per istituire un organo come questo, basterebbe solo un patto interno a ogni parte, magari con l’avallo dell’assemblea.
Certo i rischi di una festa “monogenerazionale” non sarebbero risolti, ma intanto si riconoscerebbe ai “vecchi” una loro utilità e li si incentiverebbe a fare Calendimaggio, a tornare in sede, a partecipare alle attività sociali.
Il famoso “spirito della festa” si arricchirebbe di contaminazioni necessarie, la tradizione avrebbe i suoi custodi.