13 Aprile 2021

Sermei e Gualdi

Paola Mercurelli Salari
Sermei e Gualdi

Nel corso della sula lunga carriera Cesare Sermei dipinge almeno tre volte San Francesco morente benedice Assisi. In due casi si tratta di dipinti a carattere pubblico, nel terzo di una tela destinata alla devozione privata.
Il quadro più antico, ultimato nel 1616 e oggi in Pinacoteca Comunale, è il dono dell’artista ai priori per avergli concesso la cittadinanza assisana. L’impianto iconografico riflette la circostanza dell’esecuzione. Palese è la volontà di omaggiare i maggiorenti e i cittadini tutti con efficaci ritratti, espressione di un orgoglio civico che sembra condizionare il profilo stesso della città, dominato dalla Rocca e privato dell’ingombrante mole del convento francescano, opportunamente celato dai due manierati paggi in secondo piano. In questo modo il pittore sembra quasi voler sottolineare l’unicità del luogo che ha dato i natali al suo figlio più illustre, di cui non dimentica di celebrare le virtù attraverso le Figure allegoriche che pone a margine della scena. Tra gli assisani ritrae sé stesso, accanto al proprio stemma stretto tra le zampe del Leone civico. Sermei sorregge una targa con il testo della benedizione impartita da Francesco alla città, traendolo dal De Conformitate di Bartolomeo da Pisa: Benedicta tu civitas / a Domino quiap(er) / te multo rumanimae / salvabuntur et / in te multi servi / altissimi habita/bunt et de te / iustieligentur / ad regnum aeternum.

Nel secondo dipinto, oggi nel museo della cattedrale, l’artista si firma Eques Cesar / Serme(u)s Assisi/ Pingebat. La tela è un omaggio al vescovo Tegrimio Tegrimi che il 1 gennaio 1636 gli conferisce ufficialmente il cavalierato, concessogli da Urbano VIII con breve del 28 novembre precedente. Anche in questo caso l’evento è narrato come un fatto di cronaca cittadina, con uno spiccato gusto per il racconto e con particolare attenzione nel raffigurare la città antica, celando le basiliche francescane.

Appartiene alla stessa fase stilistica la terza opera, oggi in una raccolta privata spoletina.  Il quadro è giunto nella sede attuale con la vendita della collezione di Salvatore e Francesco Romano tenutasi in Palazzo Magnani Feroni a Firenze nell’ottobre del 2009. Nel catalogo d’asta è attribuito a Giacomo Giorgetti, forse attingendo a vecchie note dei Romano, che pare lo acquistassero da una famiglia assisana tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. La provenienza da Assisi è resa certa dal tema e dall’evidenza che il profilo della città assume nella composizione. I caratteri stilistici, invece, ne consentono inequivocabilmente l’inserimento nel catalogo di Sermei, in un momento non troppo distante dalla grande pala celebrativa per il vescovo Tegrimi, tanto da lasciar supporre l’impiego di stessi disegni per alcune figure di contorno.

Nella piccola tela viene meno però ogni ufficialità e il soggetto è trattato in chiave più intima, ponendo l’attenzione sui gesti e sulla commozione dei volti. Interessante è la ripresa dei monocromi affreschi del chiostro di Sisto IV di Dono Doni nel profilo di Assisi che, privo della basilica e del Sacro Convento – schermati dagli astanti nelle versioni ufficiali – qui digrada verso il Colle dell’inferno dove svettano alcune forche. Nel tentativo di conferire verosimiglianza all’Assisi di Francesco, Sermei la racchiude tra le sue mura medievali, dà evidenza alle rocche e alle chiese antiche: San Pietro, con l’hortus conclusus dell’abbazia, il tempio di Minerva, il duomo con l’anacronistica cupola alessiana, mentre elude la basilica di Santa Chiara. Fuori la cerchia, in basso, lungo l’asse viario che conduce alla Porziuncola inserisce, con verità storica, l’ospedale di San Salvatore delle Pareti, retto dai Crociferi, di fronte al quale le fonti ambientano la mesta sosta.

In questa fase la produzione di Sermei si qualifica per una serie straordinaria di paesaggi che restituisce immagini fotografiche della città.
Qui l’attenzione è posta sull’antico ospedale, divenuto al principio del Cinquecento proprietà degli Agostiniani di Perugia che lo rinnovano e ampliano. Con l’Unità d’Italia il complesso e i terreni sono confiscati e tre anni dopo messi all’asta. Passa così a Lorenzo Gualdi, che trasforma in casa padronale il nucleo principale e originario dell’insediamento, mentre i fabbricati posti nella parte retrostante sono destinati all’uso agricolo, una vocazione riconosciuta con la ragione sociale poi trasformata in azienda agraria. Della memoria francescana permane il ricordo nel bassorilievo di facciata realizzato da Colombo Graziani nel 1910, raffigurante, ovviamente, il Santo morente benedice Assisi.
Di fatto, fino ad oggi, le testimonianze iconografiche riconoscono tutte l’unicità del luogo, dove nel rapporto costruito / ambiente è quest’ultimo a essere assoluto protagonista. 
Nelle opere del Sermei il paesaggio ha una centralità funzionale, contribuendo a celebrare la città unitamente alla grandezza dei personaggi e alla solennità del momento. Assisi non osserva gli eventi ma ne è protagonista per la sua capacità di costituire un perimetro identitario dove laicità e santità convivono senza prevaricazioni. Anche rinunciando alla vista della Basilica e del Sacro Convento, lo spazio, urbano ed extraurbano, ha una sua forza evocativa, è soggetto coprotagonista e non sfondo ad una narrazione.
Non dovrebbe sfuggire a chi si batte il petto, e non lo fa per convenienza, che proprio sulla scia della predicazione francescana, il creato ha pari dignità in ogni sua manifestazione, da Gualdi al Sanguinone. Coerentemente Giotto, con una svolta, accoglie nella sua pittura elementi paesaggistici, a sigillo di una nuova sensibilità per il panorama naturale.
Siamo ancora alla verosimiglianza. Il primo vero paesaggio lo dobbiamo ad Ambrogio Lorenzetti, quando tra il 1338 e il 1340 affresca una felice convivenza tra l’ordinata campagna e la brulicante città. Trattasi ovviamente degli Effetti del Buon Governo, contrapposti fisicamente e didatticamente a quelli del Cattivo Governo.

È il momento di decidere da che parte stare.

Paola Mercurelli Salari
Paola Mercurelli Salari

È storica dell’arte del MiBACT; da assisana amerebbe conoscere tutte le pietre della sua città e con il tempo spera di riuscirci.

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