14 Febbraio 2021

Giorgio Ciatti, il Gigante

Carlo Cianetti
Giorgio Ciatti, il Gigante

Giorgio Ciatti non era un uomo di mondo, non lo vedevi in Piazza o al bar, non lo incontravi a fare una passeggiata con il cane, né a vedere la partita di pallone, magari lo incontravi sul Monte a camminare, con una frasca impuntata nella cintura, con la fronda verso l’alto perché ti spiegava che con il suo ondulare la frasca scacciava mosche e insetti.
Di sicuro Giorgio Ciatti lo incontravi in palestra, a quell’ora precisa, mai un minuto più tardi. Se la palestra era quella del Convitto, in estate prima dell’allenamento, può darsi che lo vedevi con la bottiglietta di Coca Cola venuta giù dal distributore automatico, che agitava per poi berne il contenuto a schizzo.
Quando invece ci allenavamo nella palestra della Fiumi, visto che chi la costruì ebbe la brillante idea di impiantare un linoleum scivoloso, ti faceva acciaccare con le scarpe la pece, che per un po’ consentiva di rimanere dritto senza cadere.
Un giorno Giorgio raccontò che involontariamente appiccò un piccolo incendio nei pressi della sua casa di campagna. Arrivarono subito i vigili del fuoco e in poco tempo lo spensero. Gli chiesero quale fossero state le cause dell’incendio e lui si attribuì la responsabilità. Il caposquadra dei pompieri gli consigliò di non fornire ufficialmente quella versione perché sarebbe incorso in un’ammenda. Ciatti non sentì ragioni: “chi sbaglia paga”, rispose al suo interlocutore.
Ciatti non era uomo di mondo ma lo conoscevano tutti e, virtù rara, tutti lo apprezzavano. Sia per l’onesta e l’efficienza nel lavoro (dipendente della Usl con ruolo dirigenziale, in particolare al termine della carriera), ma soprattutto per il suo ruolo di allenatore di pallacanestro.

Non gli si addiceva, nonostante la derivazione americana del basket, l’appellativo di “coach”. Ciatti era Ciatti, l’allenatore. Anzi: il Maestro. Era un maestro di vita. Il suo vocione durante le partite, che quando giocavamo in Convitto si sentiva anche a Piazza Nova, era molto più severo del suo stato d’animo. Era piuttosto inflessibile con se stesso, ma comprensivo, solidale con quanti allenava.

Poche parole, ironico e paterno. Mai smielato e quando in panchina c’era lui ti sentivi protetto, non ti faceva impressione neanche Remo Ciaravaglia, l’allenatore folignate, istrionico e mattatore nei campionati giovanili. Perché Giorgio aveva una sensibilità e, quindi, un talento psicologico naturali. Un metro e novantacinque di bonarietà, di passione, di grande amore per la pallacanestro e per la famiglia, 4 donne: la moglie Sara (scomparsa troppo presto) e 3 figlie.
Ti insegnava la tecnica e il coraggio, ti tirava fuori il carattere, ti spiegava che la difesa a uomo era meglio della difesa a zona, perché ti consentiva di essere più reattivo e di gestire la partita anche quando non avevi la palla. Ti raccontava che si diventa tiratori non solo per talento naturale, ma anche se ti convincevi di essere un tiratore.
Alla fine della scuola e dei campionati, verso metà giugno, Giorgio ci dava un appuntamento preciso, per la ripresa degli allenamenti, di solito un giorno di fine agosto in Convitto, alla tale ora. Non servivano telefonate né altri messaggi: quel giorno a quell’ora lui era lì, arrivava con la 500 bianca, sedile del guidatore tutto spostato indietro. La 128 giallo canarino la prendeva solo quando si andava in trasferta e se necessario.
Un ciao, poche parole, 4 schizzi di Coca Cola in gola e si cominciava.
Giorgio Ciatti da diversi anni non si vedeva, negli ultimi tempi in pochi son riusciti a scambiare con lui due chiacchiere.
Adesso ci manca, perché se n’è andato uno di quegli uomini che per il loro talento umano, nel silenzio e nell’assenza, sono entrati nella coscienza collettiva della Città.

Carlo Cianetti
Carlo Cianetti

Giornalista a Radio Rai, appassionato di Assisi, ha fondato questo trimestrale nel 1995 insieme a Francesco Mancinelli e Giovanni Bastianini

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