Scendendo da via Santa Maria delle Rose, nel punto in cui la strada si interseca con via Capobove e sale verso la Rocca dalle scalette di via Alfonso Brizi, si incontra un bel caseggiato che ostenta ancora orgoglioso l’origine medievale. Una lastra scolpita con un monogramma ospedaliero ne indica la funzione primigenia.
Sulla pietra si innesta un’edicola lignea posta a protezione di un’immagine sacra, che il tempo ha consunto e reso quasi illeggibile.
Proprietari e custodi dell’edicola sono Paola Russo, Eluana Cedraro e Giansante Bonin; con le loro famiglie, supportati dalla appassionata consulenza di Francesca Cerri, si sono adoprati per far eseguire un intervento conservativo di quanto rimasto, conducendo a termine nel luglio scorso un progetto già avviato nel 2014.

Il restauro è stato eseguito da Fernando Carmisano, che ha prima consolidato la struttura e poi è intervenuto sul dipinto, già staccato e trasferito su un supporto ligneo probabilmente all’inizio del XX secolo. Il restauro, se ben condotto, non è un’arte magica e non può reinventare ciò che il tempo si è preso. Tuttavia, liberando la superficie da cumuli di polvere e da residui di vecchi ritocchi, che avevano conferito all’affresco un’uniforme patina scura, sono riaffiorati la Madonna col Bambino tra i santi Sebastiano a sinistra e Francesco a destra, sugli sguanci dei motivi floreali, confermando quanto già riportavano le vecchie guide e gli anni avevano nascosto. L’impianto compositivo e i rimandi stilistici non consentono di restituire un’identità anagrafica al pittore ma soltanto di circoscrivere l’esecuzione all’inizio del XVI secolo.
Nel giro di pochi mesi Assisi sta riscoprendo molto del suo patrimonio apparentemente minore, con il restauro di questa edicola, di quella in via Bernardo da Quintavalle, degli affreschi di piazzetta Garibaldi. Entro le mura si contano una quarantina di affreschi esterni e immagini sacre databili tra XIII e XX secolo. Una pinacoteca a cielo aperto che solo un opuscolo realizzato dagli studenti del Liceo Properzio ha saputo valorizzare con un progetto didattico del 2015, che ebbi modo di seguire per l’allora Direzione Regionale Beni Culturali.
Dopo la pandemia Assisi sarebbe dovuta ripartire dal suo essere patrimonio diffuso, valorizzando i suoi angoli meno noti, i suoi oratori confraternitali, promuovendo passeggiate tra i suoi vicoli liberandoli da macchine e orpelli, affidando alla Rocca il ruolo di attrattore cittadino con una rassegna di spettacoli all’aperto che avrebbero potuto coniugare l’offerta con il rispetto delle norme sanitarie.
Offrire al mondo “Assisi città d’arte” o “Assisi città della pace”, andando oltre i facili slogan e le occasionali vetrine, presuppone coraggio, lavoro, competenze e un orizzonte che non sia il 2021.
Affidarsi ai santi antichi e nuovi proclamandosi “città santuario” è più semplice e nell’immediato forse anche più efficace. Non aggiunge nulla a beneficio di una città che avrebbe molto altro da dire a beneficio del civico orgoglio, dell’identità culturale e di un motore economico dalle ridotte prestazioni.
Senza timore di cadere in contraddizione, appelliamoci laicamente al sacro. L’intero spazio urbano sia sacro e preservato al pari dei monumenti, sia sacro il suolo e sacro il verde.
Siano soprattutto sacri gli abitanti che nell’eleggere Assisi a propria residenza hanno compiuto un vero atto di fede. Meritano maggior rispetto e più onestà intellettuale, non una preghiera e nemmeno l’elemosina.
