08 Dicembre 2020

Mangia coi santi e lascia stare i fanti

Elvio Lunghi
Mangia coi santi e lascia stare i fanti

“Nomen omen”: vale per gli umani, vale per i santi, e vale anche per le associazioni di mestiere a quelli intitolati. Nella parte alta di Assisi, sopra Porta Perlici per dove usciva la strada che scendeva a tornanti verso la piana di Gualdo, e sotto la rocca dell’imperatore Federico Barbarossa, del cardinale Egidio Albornoz, di papa Paolo III Farnese, c’era e c’è la chiesa di San Lorenzo, con accanto la sede di una confraternita intitolata a questo santo martire vissuto a Roma e morto malamente sopra una graticola, con l’accusa di avere distribuito ai poveri il tesoro della Chiesa. Come volete che finisse la devozione di questi saccati verso il loro santo titolare? Una volta sentita messa, cantati i canti, fatta penitenza a colpi di frusta? Come poteva finire la festa? A pane e companatico, e il companatico lo dava il porco che forniva salsicce, puntarelle e pancetta, arrostite sopra la graticola tolta alla statua del santo e messa di traverso sulla brace del camino. Il vento avrebbe portato l’odore dell’arrosto al confinante oratorio di San Vitale, dove si riuniva una confraternita che era nata sulla costa del Subasio, per dove passava la strada che scende alla valle del Topino in direzione di Foligno. In origine anche questi avevano il loro porco, perché il loro santo Vitale era originario di Bastia Umbra, che si chiamava ancora Insula Romana per trovarsi accanto al ponte sul fiume Chiascio, dove si passano le acque per raggiungere Ospedalicchio e il fiume Tevere. Vitale era fuggito dall’Isola quando arrivarono i Baglioni, signori di Spello e di Cannara sulle rive del Topino, portandosi dietro così tanti banditi che erano più banditi di lui. In riva al Chiascio i Baglioni si erano fatti costruire una bastiglia, con tanto di forno per cuocere il porco tutto intero in porchetta. San Vitale, catturato da brigante una volta liberato era diventato santo, si era ritirato in montagna scegliendo il fosso delle Carceri per dimora, e perso il maiale del suo, aveva conteso a un cinghiale del bosco tartufi, salvie, rosmarino, finocchietto, raperonzoli e pisciacani, con un filo d’olio e un pizzico di sale. Morto lui, i confratelli si dedicarono alla caccia al cinghiale, che fecero in umido con alloro e bacche di ginepro in una pentola di coccio. Finito il cinghiale si trasferirono in città, barattando misticanze per le salsicce di San Lorenzo. A volte alla festa s’univano i confratelli di Sant’Antonio, portando di loro pezzi di carne di porco salata, quel che restava una volta recuperato il grasso per farne creme adatte a lenire il tormento del fuoco che prendeva nome dal santo.

Insomma, per la festa di san Lorenzo d’agosto tutta la parte alta di Assisi faceva festa. La parte bassa niente? Niente perché accanto alla porta di San Giacomo, per dove la strada precipitava sulle acque del Tescio, si era insediata una confraternita dedicata a San Leonardo, devota al santo e dedita a liberare i prigionieri, fossero stati catturati da perugini, folignati o dai signori di Spello, Bastia e Cannara. Soldino dopo soldino, una volta liberarono san Francesco dai perugini, un’altra san Vitale dai bastioli. Però soldini per la carne del porco ce n’erano pochi, carte messe a coltello per liberare questo o quello dalle catene. Andò tutto bene fin quando un Fiumi, alleato dei Baglioni, disse “E che c… non si mangia mai!”. Regalò ai confratelli un casalino, accanto alla porta romana sotto casa sua, quella che dava sulla piana che guarda a Bettona, con l’obbligo di costruire un oratorio per dire messa e un refettorio per fare ricreazione. Sulla facciata esterna i confratelli fecero dipingere il loro credo con le sette opere di misericordia: mangiamo, beviamo, dormiamo, moriano, se restano soldi i prigionieri liberiamo. Le storie dipinte si vedono ancora. Sono state pulite di recente e fanno un figurone, ma quelle meglio messe raccontano di feste e libagioni. Sotto la nicchia sopra la porta c’è un santo Francesco che annuncia la notizia del Perdono. Alla Porziuncola in mezzo alla valle salì sopra un palco per farsi vedere, in compagnia dei sette vescovi dell’Umbria. A San Leonardo alla porta della città non c’era bisogno del palco, perché tanto la vista era alta lo stesso. Così san Francesco fece mettere una tavola in mezzo alla piazza. Si presentò coi vescovi: “Che non se magna? Dopo tutta sta prigionia a pane e acqua, ora che m’avete liberato dalla prigione me dovete dà da magnà”. E lo segnarono sul muro: di lunedì pasta, di martedì fagioli, mercoledì lenticchie … Le opere di misericordia.

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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