All’indomani del terremoto dell’Aquila, girai per l’Italia alla ricerca di new-town. In quella città devastata dal sisma, come noto, vennero costruiti molti agglomerati urbani (piccole new-town) costituiti da palazzoni semi-prefabbricati, per dare un tetto alla gran quantità di sfollati. Una soluzione molto criticata, invasiva fino ad essere sconvolgente e tuttavia una soluzione, estrema e forse premeditata ma con una sua efficacia in un contesto davvero drammatico.
E allora decidemmo, insieme alla direzione di Rainews, di andare a vedere come si viveva nelle nuove città, in quelle che già esistevano. Volevamo capire se fossero soluzioni ineluttabili oppure frutto di una tendenza speculativa a costruire, a lottizzare, a spargere lucroso cemento. E, soprattutto, ci interessava capire cosa ne pensassero gli attori protagonisti di questi nuovi scenari esistenziali, cioè i residenti.
Il viaggio ci portò in varie località, dalla struggente Poggioreale (struggente è la città di sopra, quella abbandonata) nel Belìce, a Cavallerizzo in Calabria e in altri luoghi dell’Italia. Incrociammo storie di nostalgia, sentimenti di recriminazione, depressioni da sradicamento. Quel che ne ricavammo, in definitiva, è che tutti stavano meglio nelle old-town, nelle città vere, quelle sedimentate nei secoli. Perché le città sono un insieme di troppe cose: di pietre, cemento, strade, emozioni, storie, ricordi, alberi, parchi, vita nuova e antica. Lo spiega ancor meglio lo scrittore americano Rick Yancey: “sono qualcosa più della somma delle loro infrastrutture. Esse trascendono i mattoni e la malta, il cemento e l’acciaio. Sono i vasi in cui viene riversata la conoscenza umana”.
A guardar bene qualcosa di simile alle new-town esiste ovunque: sono le periferie o, meglio ancora, le zone di espansione.
Ieri abbiamo pubblicato un articolo nel quale l’architetta Marina Marini, per anni alla guida dell’ufficio urbanistica del comune di Assisi, raccontava in sintesi come è stata creata la zona di espansione della nostra città. Risulta nettamente, lo diciamo soprattutto per i più giovani perché i più attempati lo sapevano già, che è il frutto di una serie di provvedimenti di comodo, di improvvisazioni, scelte dettate da politiche clientelari.
Ogni lottizzazione nella zona Ivancich ha una sua storia che sarebbe interessante ripercorrere e indagare. Ma siccome è poco utile e soprattutto arduo processare il passato cerchiamo di pensare al futuro.
Un fatto però va sottolineato. La prima e più grossa violenza fatta alle Case nuove è la costruzione del “Cremlino”, il megaconvento dei Frati Cappuccini, soprannominato con un termine capace di mettere insieme demonio e santità, la vocazione pauperista dell’Ordine, il color mattone e l’imponenza severa dei casermoni di edilizia pubblica sovietica
E allora continua a venire in mente il contrasto fra il messaggio francescano e la potenza scomposta e sovrabbondante di un manufatto del genere, il divario con quanto esisteva prima, lo schiaffo estetico a una zona così delicata.
Ma certo non si può attribuire solo ai frati la responsabilità della crescita di una malformazione urbanistica quale la zona Ivancich.
È il risultato di decenni di cattivo governo, incapacità di guardare al futuro con appena qualche scrupolo, semmai, a proteggere il passato.
Come se l’antico, cioè il centro storico fosse sacro mentre il nuovo immeritevole di particolari cure.
La Zona Ivancich, la nostra new-town, non fa quasi mai parte dei programmi elettorali, non è mai stata in cima alle priorità delle amministrazioni municipali, trattata come una figlia degenere, ormai irrecuperabile, destinata solo alla dimenticanza. E invece quello è un cuore pulsante in cui abitano migliaia di assisani.
È un gravissimo errore perché, con un paragone forse esagerato, è come se il governo nazionale decidesse di abbandonare il Mezzogiorno d’Italia. Dalla qualità della vita nella zona nuova di Assisi, dal miglioramento dei servizi, dal ripristino di un’efficace continuità con il resto della città e del territorio deriva il futuro del capoluogo.
Come abbiamo osservato più volte, il centro storico è esangue, è necessario quindi che si ripristini un efficace rapporto di osmosi con il resto del territorio comunale, a cominciare dalla sua zona di espansione.