A Piero Mirti sarebbe piaciuto Pirlo allenatore della Juventus, perché amava il calcio artistico, di Sivori, di Platini, dei giocatori che sapevano inventare e stupire, fare poesia in campo.
Durante le partite della “Signora” che vedevamo a casa sua nella tv in tinello, io che sono juventino sfegatato, mi stupivo di quanto fossero faziosi Piero e Lucio Annibali, il suo amico di sempre, con il quale ha condiviso momenti importanti della vita. Se la Juve perdeva era sempre il frutto di qualche ingiustizia o sfortuna, quando vinceva era perché “aveva dimostrato un’evidente superiorità in campo”.
Era, evidentemente, una faziosità ostentata e sbeffeggiante, anche per far torto a Stefano e Paolo (i due figli più grandi di Piero), incredibilmente interisti.
Piero l’ho visto incazzarsi davanti alla TV per una sconfitta della Juve, ma poi più tardi di notte mi capitava di reincontrarlo fra i vicoli di Assisi, meditabondo, con il suo trench rosso prugna, pellegrino dietro ai suoi pensieri: la politica, la poesia, il cibo, l’amore, la famiglia, la legge, i viaggi, la scrittura.
Piero non fu mai un sostenitore di Craxi e anche a livello locale, negli anni del craxismo, la sua voce cantava fuori dal coro. Però quando parlava nella sezione del Psi, del quale era stato leader locale negli anni Settanta e parte degli Ottanta, tutti ascoltavano senza fiatare. Era istrionico, usava le parole come un bisturi, con una precisione tagliente, alzava e abbassava i toni, sapeva rompere la voce, spesso in una progressione commossa, la sua ‘s’ con la zeppola non faceva altro che caratterizzare il suo eloquio incantevole. E di solito aveva ragione. Le sue tesi erano sempre sorrette da una precisa costruzione. E in segreto glielo riconoscevano anche gli avversari politici.
Piero in viaggio era molto divertente. Non amava guidare l’auto (Paolo mi racconta che scoprì che la Giulietta avesse la quinta dopo un paio di anni dall’acquisto) ma si metteva al posto del navigatore: calzoni corti, calze lunghe di cotone e mocassino, borsello a portata di mano dal quale tirar fuori cartine e libri. Spesso descriveva i luoghi che attraversavamo durante il viaggio in auto, raccontando aneddoti ed eventi storici. Metteva insieme letteratura e geopolitica, ci aiutava a capire le città che visitavamo.
Io e Paolo, che scherzavamo sulla sua ipocondria, per sdrammatizzare lo chiamavamo Pedrito una volta in Spagna, mentre nella sua Parigi era rigorosamente Pierrot.
Amava visceralmente la capitale francese, si sentiva a casa sua, parlava la lingua con grande padronanza e conosceva così bene la città che una sera diede indicazioni stradali a un taxista.
Si andava per musei, per luoghi di cultura, ma sempre con un pensiero al momento clou della giornata: la cena. La scelta del ristorante era un rito molto serio: vietatissimo sbagliare. Si compulsavano guide turistiche e si raccoglievano suggerimenti di conoscenti. Prima di decidere se entrare in un ristorante si sbirciava da fuori per vedere se veniva frequentato da turisti o da residenti. Poi all’arrivo del menù cominciava una disamina certosina. Alla fine la scelta dei cibi. Piero guardava il piatto degli altri e con una punta di golosa recriminazione diceva: “mi sa che c’hai preso…”.
Le donne d’Oltralpe per Piero erano le più belle e affascinanti del mondo.
Amava le donne come genere e adorava sua moglie. Quando eravamo in vacanza chiamava la sua Clorinda almeno 3 volte al giorno, mattina pomeriggio e sera. Chiedeva cose minime: come stai, che fanno Stefano Francesca e Chiara, dove vai, cosa avete mangiato. Clorinda, donna intelligente e concreta, ricambiava con affetto e sbrigatività. Era innamorata di Piero, lo stimava un mondo, ne conosceva perfettamente pregi e debolezze.
Piero ci ha lasciato 20 anni fa, per una complicanza a seguito di un intervento chirurgico. Ma la sua morte ci ha lasciato perplessi oltre che affranti. La sensazione che alcuni di noi, suoi amici, abbiamo avuto è che non abbia retto al dolore per la scomparsa della cara Francesca, sua figlia.
La morte non sempre arriva spontanea, a volte risponde a una chiamata.