22 Settembre 2020

Prese in giro

Elvio Lunghi
Prese in giro

È un po’ che non scrivo per Assisi Mia e voglio tornare sul concetto “Assisi città d’arte”. L’ultima volta ho scritto che Assisi non è una città d’arte, anche se qualche assisano male informato magari continua a crederlo, portando la mascherina sopra gli occhi invece che davanti a naso e bocca, magari scambiando il Calendimaggio per il Palio di Siena o i Ceri di Gubbio. Assisi non è una città d’arte, e se anche lo fosse non dà l’impressione di essere tale. Ci si dovrebbe attendere che una città che vive di turismo culturale, non avendo né mari né monti, dovrebbe saper valorizzare quanto possiede di attrattivo. E invece, salvo dir male dei frati che sono la sola speranza di questa città, la città civile non fa nulla. Anzi fa l’esatto contrario: cede monumenti importanti a servitù private che tutto fanno meno che l’interesse collettivo di questa sorta di Disneyland francescana che è diventata Assisi.

Vengo subito sul pezzo. Perché è vero che Assisi ha ottenuto il titolo di città Unesco per i suoi luoghi francescani, ma questi insistono sui borghi della città storica – San Francesco, Santa Chiara – o in località del contado – San Damiano, le Carceri, Rivotorto, la Porziuncola – e dunque possono essere visitati da pellegrini o amanti dell’arte medievale anche evitando di passare per le strade del centro urbano.

Nel 2004 l’Umbria visse una stagione fortunata per l’arte storica. Furono aperte quattro importanti mostre dedicate ai quattro maggiori pittori umbri del Rinascimento. La prima a Perugia su Pietro Perugino, a cura di Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini; mostra che ebbe importanti appendici a Corciano, Torgiano e Città della Pieve, laddove io scrissi una guida alle opere del Perugino presenti nella regione. La seconda su Matteo da Gualdo a Gualdo Tadino, a cura di Eleonora Bairati e Patrizia Dragoni. La terza su Nicolò Alunno a Foligno, curata da Giordana Benazzi e da me che scrivo. La quarta su Giovanni di Pietro detto lo Spagna a Spoleto, a cura di Giovanna Sapori ma con un’ampia collaborazione di Paola Mercurelli Salari. Ogni città – Perugia, Gualdo Tadino, Foligno, Spoleto – cercò di valorizzare al massimo grado le opere dei propri pittori presenti in loco. Assisi, Gubbio, Terni e Orvieto furono le sole città dell’Umbria rimaste fuori dall’iniziativa.
Eppure c’è una sola città dell’Umbria che conservi opere di tre dei più importanti pittori della regione – Matteo da Gualdo, Pierantonio Mezzastris da Foligno coetaneo dell’Alunno, Pietro Perugino – all’interno di un unico monumento; e questa città è Assisi con l’Oratorio dei Pellegrini in via San Francesco, l’antica “via Superba” che collegava il cuore della città antica alla chiesa dedicata al suo maggior santo. Per la pittura umbra rinascimentale, l’Oratorio dei Pellegrini è senza ombra di dubbio il luogo più importante: molto più importante del Collegio del Cambio a Perugia con gli affreschi del solo Pietro Perugino, o del Duomo di Spoleto con gli affreschi di Filippo Lippi, o della Cappella Bella a Spello con il solo Pintoricchio. Ed è importante proprio perché non fu decorato da un solo pittore, ma perché accoglie le opere significative dei tre più importanti pittori di quella fortunata stagione.

Vi risulta che l’Oratorio dei Pellegrini sia accessibile al pubblico? In una città che vive di turismo culturale qual è Assisi? Lungo una strada lunga e stretta dove si possono acquistare ricordini, prendere un caffè e magari mangiare al ristorante, ma senza poter vedere nulla o quasi d’interessante?  No, non è possibile, perché quest’Oratorio, fondato da una confraternita per accogliere i pellegrini in visita alla città – allora pellegrini, oggi turisti – e decorato a gara da importanti pittori, è perennemente inaccessibile con la scusa che vi si tiene una adorazione eucaristica perpetua. L’adorazione eucaristica non si potrebbe fare nella cappella del Sacramento in cattedrale? O in una cappella in San Francesco? No, va fatta nell’Oratorio dei Pellegrini, perché le suore che se ne sono impadronite avendo acquistato due edifici adibiti a ospitalità – si chiamano anche alberghi a basso prezzo – a monte e a valle dell’Oratorio, tengono esposto sopra l’altare una particola Eucaristica. Io ci credo in Cristo e quando m’imbatto nell’Eucarestia esposta m’inginocchio e prego,. Ma se all’ora di pranzo – lo ho visto con i miei occhi – le suore chiudono la porta che lascia vedere l’interno dietro un vetro, interrompono l’adorazione perpetua, mettono l’Eucarestia in un tempietto e vanno a pranzo, voi come la chiamate? Io la chiamo una presa in giro. E non prendono in giro solo me: prendono in giro anche Cristo.

Vorrei sapere com’è che il Comune ancora lo consenta, perché immagino che le suore non siano proprietarie dell’Oratorio, anche se magari il precedente vescovo lo ha accatastato come ha fatto per le altre confraternite di città, come se non ci fosse stato Garibaldi e re Vittorio Emanuele. Allora, noi abbiamo ad Assisi un importantissimo monumento rinascimentale, il più importante della regione, e invece di tenerlo aperto, far pagare un biglietto per la visita, per la guardiania e la spiegazione, consentiamo che sia tenuto chiuso da quattro suore che hanno fatto biscotto con altre loro proprietà. Non è uno scandalo, o meglio uno schifo? Cosa c’entra la religione con questa appropriazione indebita?

E voi chiamate Assisi città d’arte?

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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