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Le Storie di Assisi

Non solo processioni

Non solo processioni

26 Luglio 2020

di Elvio Lunghi

Un vecchio adagio recita “Historia magistra vitae”. La Storia è maestra di vita, sarà vero? In realtà lo scriveva Cicerone, che da bravo avvocato aveva argomenti da spendere per convincere il suo pubblico. Voglio spendere anch’io queste parole, non per convincere chicchesia, ma per spiegare, o semmai per giustificare certe scelte compiute in secoli lontani nella nostra città: fatti quotidiani diventati poi storia. Cose già note, già dette e ridette, ma “repetita iuvant”, ripetere servirà pure a qualcosa, e allora diciamolo.

Intorno al 1320 Assisi si trovò d’improvviso in mezzo ai guai. Negli anni precedenti la città aveva vissuto una stagione di grande euforia. Per dirla tutta: Giotto, Simone Martini e Pietro Lorenzetti vi si erano trasferiti armi e bagagli da Firenze e da Siena, per dare origine a un’arte nuova che cambiò radicalmente la percezione del mondo sensibile, scrivendo la parola fine sulla lunga stagione del Medioevo. E tutto questo avvenne ad Assisi, assunta d’improvviso al grande palcoscenico del mondo, come avverrà due secoli dopo a Roma quando Michelangelo e Raffaello vi si trasferiranno da Firenze e da Urbino al servizio di Giulio II e Leone X. Questa stagione eccezionale finì d’improvviso per la sciagurata sortita di un avventuriero locale, Muzio di Francesco, che riuscì nel 1319 a mettere le mani sulla città e per finanziare la sua parte, nell’eterno conflitto tra Guelfi e Ghibellini, l’11 marzo 1320 entrò a viva forza nella sacrestia segreta di San Francesco e s’impadronì del tesoro papale che vi era conservato, quasi fosse una banca svizzera. Giovanni XXII da Avignone prese immediatamente fuoco e invocò la crociata contro Assisi, diventata d’improvviso eretica da santa che era. Perugia colse l’occasione al volo, cinse per due anni d’assedio la città rivale, e una volta conquistatala ne abbattè le mura e le tolse la libertà. Intanto Giovanni XXII non riuscì a riavere indietro il suo tesoro, così condannò Assisi all’interdetto: nessun ufficio divino vi poteva essere celebrato, né messe né battesimi né matrimoni né funerali, con grave danno anche per l’economia cittadina perché un qualsivoglia mercante poteva rifiutarsi di saldare un debito nei confronti di una città scomunicata. Questa situazione restò in essere fino al 1352, quando fu tolto l’interdetto pontificio.
Tre decenni sono davvero molti, ma fortunatamente l’interdetto ebbe le sue crepe. Frati e monache poterono continuare a celebrare gli uffici sacri nel chiuso dei conventi, e i cittadini trovarono anche loro una soluzione. Nel giro di pochissimi anni gli assisani si associarono in numerose confraternite, un numero spropositato per le dimensioni di una piccola città. Un qualsivoglia visitatore che percorra oggi le vie di Assisi non vi vedrà grandi chiese, al di fuori delle due cattedrali di San Rufino e di Santa Maria Maggiore, dei santuari di San Francesco e di Santa Chiara, dell’abbazia di San Pietro e di alcuni monasteri benedettini femminili, ma s’imbatterà in un numero spropositato di piccoli oratori, di minuscoli ospedali per i pellegrini gestiti da confraternite di Disciplinati o di Laudesi. A loro volta queste confraternite disporranno di altari e di cappelle funerarie all’interno delle chiese maggiori.
Perché tante confraternite? Perché era un modo per aggirare le restrizioni dell’interdetto pontificio. Cosa comportava l’appartenenza a queste confraternite? Vivere una vita da cristiani: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati, seppellire i morti. Ma era anche un modo per festeggiare insieme le feste, vestendo abiti comuni e recandosi insieme in processione issando bandiere e cantando canzoni. E poi consumare un pasto comune.

È quanto vediamo raffigurato sulla facciata dell’oratorio di San Francesco in piazzetta Garibaldi, accanto all’antica porta urbica delle mura romane, ogni visibile all’interno di un antico palazzo nobiliare. I confratelli, che si riunivano in precedenza nell’oratorio di San Leonardo in Porta San Giacomo, si trasferirono in questo sito nel 1429, in una casa che era stata loro donata da Gentile di Bernardo Fiumi. Fecero costruire un oratorio e ne fecero decorare la facciata con affreschi ritraenti le opere di misericordia. Sopra la porta d’ingresso fu costruita una grande nicchia al cui interno fu rappresentata la storia del Perdono della Porziuncola, per la quale festa i confratelli si recavano in processione nella chiesa di Santa Maria degli Angeli. Sono affreschi importanti, e non tanto per la fama del loro autore, un modesto pittore di Foligno da me identificato in Pietro di Giovanni Mazzaforte, figlio di Giovanni di Corraduccio e suocero di Nicolò di Liberatore detto l’Alunno, quanto per le storie che rappresentano, che è la vita delle confraternite in quei secoli antichi.

Qualcuno, immagino tanti, a questo punto potrebbe dire: uffa che noia, basta con queste processioni e questa roba da preti. Ma se guardiamo il soggetto dipinto in fondo alla grande loggia, vi riconosceremo una serie di angeli che fanno festa intorno al Cristo e alla Madonna: uno che suona una viella, un altro una cornamusa, uno una lira da braccio, un altro un tamburello con sonagli, un altro due timpani – due naccheroni mi corregge Massimiliano Dragoni – e l’ultimo un liuto. Saranno andati in processione, ma con gioia. Era uno spettacolo piuttosto che un piagnisteo. C’era chi suonava e c’era chi ascoltava. C’era chi portava a spasso per le vie della città enormi gonfaloni che sembravano palazzi dipinti. Alla fine si mangiava tutti insieme. Divertente no?

Oggi Assisi non ha bisogno di questo, oggi Assisi ha bisogno di ben altro: sono molti a ripeterlo. Va bene, ma intanto ad Assisi abbiamo questa bella tradizione. È nel nostro DNA: fare festa. E allora facciamola. Non il Calendimaggio, quello già l’abbiamo: una gara, una lotta tra due contendenti per vincere un palio da chiudere in un armadio a prendere la muffa. Facciamo come gli angeli musicanti negli affreschi della confraternita in piazzetta Garibaldi. Assisi potrebbe diventare la città della musica, come si fece in passato per aggirare momenti di grande difficoltà: perché non dovrebbe funzionare ai nostri giorni? A cadenza regolare si faccia una festa  di canti e di suoni, che finisca in bellezza davanti a una mensa imbandita. E poi chi lavora? È un lavoro anche questo, in una città che vanta uno straordinario patrimonio artistico e è ricca di tradizioni storiche: chi ha bellezza offra bellezza, il petrolio lo hanno trovato altrove.

Non solo processioni

di Elvio Lunghi

Pubblicato in data 26 Luglio 2020