Sostieni

Le Storie di Assisi

Ancora sulla scrittura di Giotto

Ancora sulla scrittura di Giotto

21 Luglio 2020

di Elvio Lunghi

Nell’articolo di Giulia Ammannati dedicato alla “scrittura” di Giotto, vengono descritte come caratteristiche costanti della grafia del pittore “i tratti arcuati di A, U e N, molto sottili nella parte iniziale e terminale [che] si ingrossano al centro, ma in modo tale che all’interno il tratto appaia pochissimo arcuato e quasi rettilineo: l’ingrossamento si presenta come una sorta di bombatura sviluppata sulla parte esterna del tratto. (…) Gli apici esornativi sono molto pronunciati. I tratti verticali assimilabili alla I presentano in alto un attacco a coda di rondine, con apici sviluppati e un incavo centrale, mentre sulla base di scrittura gli apici tendono a essere più contenuti. Il tratto orizzontale superiore della A, leggermente stondato, termina a sinistra ripiegando all’insù, mentre a destra presenta un apice curvato all’ingiù. (…) Il modulo delle lettere è piuttosto stretto e verticale nei titoli con più testo per riga, ma tende ad allargarsi in orizzontale e a farsi più squadrato quando la scrittura ha spazio a disposizione; in alcune intestazioni sopra le figure la scrittura ha un modulo particolarmente ampio e squadrato”. Insomma si tratta di un “font”, l’invenzione di uno stile grafico del tipo che possiamo normalmente utilizzare, scrivendo in Word, cliccando sulla finestrella in alto a sinistra del nostro P.C., che si apre con una raccolta dei tipi di carattere utilizzabili per le nostre esigenze. Giotto non si sarebbe limitato a inventare le composizioni, le tecniche esecutive, proporzioni, tipi fisiognomici, soluzioni decorative, colore, chiaroscuro che rendono inconfondibili le sue immagini, ma anche il modulo, le proporzioni e gli ornamenti che distinguono il corpo delle lettere dell’alfabeto presenti al loro interno. Non è un aspetto da poco: la fama di Giotto nasce anche grazie alle parole di Dante – “credette Cimabue nella pittura tener lo campo, ma ora ha Giotto il grido” – e si può immaginare che l’irrequieto intellettuale fiorentino dovesse essere particolarmente sensibile verso l’opera di un pittore suo conterraneo, che si dimostrava capace di saper donare una bellezza grafica alle parole dipinte che compaiono accanto ai suoi personaggi.

Ma Giotto di Bondone scriveva davvero così? Era questa la calligrafia usata da Giotto quando scriveva in gotica epigrafica i nomi e le parole dei santi. Ma quando scriveva in minuscola corsiva le sue lettere in volgare, o quando firmava i contratti stipulati da notai in latinorum, quale era il suo ductus grafico? E soprattutto. In un’epoca storica dove ciascun notaio chiudeva i suoi atti con un  “signum tabellionis” a riprova di autenticità, ma lo stesso facevano papi e imperatori per autenticare le loro lettere, e anche mercanti e artigiani come marchi di fabbrica: quale era la firma autentica di Giotto?

Ricordo come alcuni anni fa mi chiamò al telefono Sergio Fusetti per chiedermi di salire a San Francesco, nella cappella di San Nicola che stava restaurando. Come arrivai, lo trovai sul palco davanti al trittico murale che sormonta la tomba di Giangaetano Orsini. Stava pulendo quelle meravigliose figure che ritraggono una Madonna col Bambino tra i santi Nicola e Francesco: capolavoro di Giotto nonostante molti studiosi storcano ancora il naso parlando di un “Maestro di San Nicola”, come se questi affreschi non risalissero a una data coincidente, se non addirittura precedente, l’anno 1300, quando di Giotto si conosceva ancora poco o nulla, prima dell’intermezzo riminese e degli affreschi nella cappella dell’Arena a Padova. Davanti all’immagine della Vergine, Sergio mi fece: “Sei la seconda persona alla quale lo dico. Il primo è stato il mio socio Paolo, il secondo sei tu: ho trovato la firma di Giotto”. Pulendo la polvere e il fumo delle candele, nel triangolo tangente un tondo con la figura di un angelo e due archi gotici con le figure di Maria e di san Francesco, era tornato alla luce un minuscolo segno grafico composto da due anelli schiacciati dall’apparenza di una lettera B, attraversati da un’asta verticale nella quale si poteva leggere la lettera I; il campo di un secondo triangolo era privo di segni. La lettura non era allora priva di dubbi, e non lo è neppure ora grazie alle foto che feci, per alcuni graffi antichi sulla pellicola pittorica e per la mia imperizia da paleografo. Però vi si vedono una I e una B eseguite con un ductus grafico corsivo: I e B, Ioctus Bondoni, Giotto di Bondone. Ne parlai allora – cioè gli scrissi – con Giorgio Bonsanti, autorevole storico dell’arte fiorentino, che mi rispose con il suo solito tono scherzoso e ironico, da vero toscanaccio, che ho sempre apprezzato: “Anch’io ci leggo una I di G e una B: Giorgio Bonsanti”. Risi anch’io e dissi a Sergio “non abbiamo alcuna prova, non ci crederà nessuno. Finché non verrà trovata una lettera con la firma autografa di Giotto in minuscola corsiva dovremo accontentarci delle firme presenti nei suoi quadri, che sono tutte in maiuscola gotica”.

Naturalmente questo non esclude l’eventualità che si tratti proprio della firma di Giotto di Bondone, o meglio una sorta di signum tabellionis, ovvero il marchio di un mercante o di artigiano, perché gli affreschi nella cappella di San Nicola spettano a Giotto in compagnia di Palmerino di Guido – presente anche nella cappella della Maddalena – e di un secondo pittore: ma il capobottega è pur sempre il Giotto che tornerà nella cappella della Maddalena. È lo stesso ragionamento fatto da Giulia Ammannati: le scritte dipinte presenti in opere riconducibili al nome di Giotto rivelano un’aria comune e se ne può spiegare l’origine grazie a un’invenzione del pittore: dunque sono la scrittura di Giotto. Ma sono la scrittura di Giotto perché Giotto è l’autore di questi dipinti: non viceversa. Perché altrimenti un imitatore di Giotto – tutti o quasi i pittori italiani del tempo imitarono le novità di Giotto: perché non avrebbero dovuto fare altrettanto per il suo alfabeto dipinto? – potrebbe utilizzare questo font grafico in dipinti che a Giotto non possono essere assolutamente ricondotti, così come anch’io potrei scrivere in Times o in Tahoma pur senza avere inventato questi caratteri.

Non è pedanteria: è prudenza. Se fossi un incosciente, o se inseguissi come certi giornalisti la notizia sensazionale, direi questa è la firma di Giotto. Ma in assenza di una firma autentica restituitaci da un documento cartaceo o pergamenaceo, quale prova avrei per affermarlo? Sì, una prova ci sarebbe: basterebbe premettere l’avverbio “forse”. Forse potrebbe essere la firma di Giotto, solo se si sapesse come si firmava: la presenza all’interno di un dipinto riconducibile al nome di Giotto è una prova necessaria ma non sufficiente

Ancora sulla scrittura di Giotto

di Elvio Lunghi

Pubblicato in data 21 Luglio 2020