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Le Storie di Assisi

Come scriveva Giotto?

Come scriveva Giotto?

18 Luglio 2020

di Elvio Lunghi

Nel mese di giugno la pagina web della rivista San Francesco Patrono d’Italia ha rilanciato una notizia apparsa nella stampa nazionale intorno a una scoperta dovuta a una ricercatrice della Scuola Normale Superiore di Pisa, Giulia Ammannati, docente incaricata dell’insegnamento di Paleografia presso la prestigiosa Università pisana, che mettendo a confronto le scritture presenti in alcuni dipinti riconducibili al nome del grande pittore fiorentino Giotto di Bondone, riconosceva la “mano stessa del maestro”, un Giotto “scrivente… nelle tappe maggiori della carriera giottesca per almeno un venticinquennio (dalla Croce di Santa Maria Novella al Polittico Stefaneschi)”, cioè in iscrizioni dipinte alle pareti della cappella Scrovegni di Padova, della cappella della Maddalena ad Assisi, nella pala firmata con le Stigmate di san Francesco del Louvre, nei Crocifissi di Santa Maria Novella a Firenze e nel Tempio Malatestiano di Rimini, e in altri dipinti su tavola e su muro concordemente assegnati a Giotto. Uscita la notizia, il nostro direttore Carlo Cianetti mi ha chiesto – a me e a Paola Mercurelli – di scrivere un pezzo per Assisi Mia. Naturalmente, com’è mio costume, ho detto subito che non mi andava non avendo nulla di nuovo da dire, e Paola con me. Poi ci ho ripensato, e a biblioteche chiuse chissà per quanto ho acquistato l’estratto di un articolo uscito in una rivista circolante in rete, più un volumetto della stessa autrice dedicato alle iscrizioni delle allegorie di Virtù e Vizi dipinte da Giotto nella cappella Scrovegni, pagando il pdf di 13 pagine elettroniche del primo 10 euro, e le 96 pagine a stampa più 36 fotografie in bianco e nero e a colori con copertina cartonata del secondo 18 euro, con lo sconto del 30 per cento fatto dal distributore: evidentemente c’è qualcosa che non funziona nella distribuzione libraria se l’osso costa più della carne. O forse sbaglio io a far circolare gratuitamente i pdf dei miei studi. Però 10 euro e 40 centesimi mi sembrano francamente eccessivi per 13 fotocopie stampate in casa.

L’articolo mi è sembrato davvero interessante. Con garbo e perizia si mettono a confronto le didascalie e le scritte presenti in libri e cartigli dipinti negli affreschi e nelle tavole firmate o attribuite a Giotto, e vi si riconosce un’aria comune tanto da poter affermare, a conclusione dell’articolo, che “dobbiamo forse abituarci a pensare che per Giotto dipingere scrittura non fosse necessariamente operazione minore, di contorno, da delegare a collaboratori specializzati, ma occasione, non di rado, di diretto interesse, probabilmente da un punto di vista figurativo quanto intellettuale”. Funziona? Direi apparentemente sì, anche se non si tratta di firme vere e proprie, quali potremmo leggere in calce a una lettera privata o in un documento notarile, ma dell’invenzione di un font, un carattere grafico ben individuabile che tornando con costanza in opere concordemente assegnate a Giotto ne potrebbero accertare l’autografia. Si tratta di una spia, un filo rosso che potrebbe includere o escludere la presenza autografa del maestro toscano in opere ricondotte dalla storiografia artistica all’interno del suo catalogo. Per dirla tutta, mi sembra una intuizione davvero intelligente, ma non riesco ad accoglierla in toto. Ce n’è una ragione? Ovvio: perché secondo Giulia Ammannati questo font scrittorio è presente ad Assisi alle pareti della cappella della Maddalena, ma è assente nel ciclo della Leggenda Francescana, nella cappella di San Nicola e soprattutto nelle Virtù francescane della crociera sopra l’altare maggiore della chiesa inferiore. Dovremmo concludere che Giotto sia venuto ad Assisi per lavorare al servizio del vescovo Teobaldo e non abbia fatto altro? Immagino che qui a breve gli storici dell’arte contrari al nome di Giotto per la Leggenda Francescana e per le Virtù Francescane, fino ad ora divisi in due partiti avversi, si uniranno in un solo coro per gridare all’unisono: dove non c’è la scrittura di Giotto, l’autore del dipinto non è Giotto. Personalmente ho una visione diversa: le iscrizioni presenti sotto le storie della Leggenda Francescane e sotto le Allegorie Francescane della chiesa inferiore non rientrano nelle competenze del pittore, quanto dell’Ordine francescano. Non sono un puro abbellimento estetico, ma coinvolgono l’interpretazione delle immagini. Varrebbe anche per le Virtù e i Vizi di Padova, ma lì siamo all’interno di una cappella privata, dove il committente faceva propaganda a se stesso. Ad Assisi siamo all’interno di una chiesa papale: qualcosa vorrà pur dire.

C’è di più. È in corso da alcuni mesi il restauro degli affreschi della cappella della Maddalena nella chiesa inferiore di San Francesco e anche in questo caso, come per la cappella di San Nicola, Sergio Fusetti mi ha chiesto di fotografare da presso i dipinti. Mi prende per la gola perché sa che la cosa mi piace, mi sono sempre divertito a fotografare dai ponteggi i dipinti nel corso dei restauri: per documentazione e per studio. Cominciai da studente universitario alla fine degli anni ’70, quando fotografai gli affreschi restaurati dalla Tecnireco all’interno dell’Oratorio dei Pellegrini ad Assisi. Per correttezza non ho mai pubblicato foto scattate nei cantieri di Sergio, ma visti dai ponteggi gli affreschi della cappella rivelano almeno tre, o direi meglio almeno cinque mani differenti – nella cappella Scrovegni a Padova i pittori sono legioni, ma lì non potevo fare foto -, due delle quali si riconoscono nella cappella di San Nicola e almeno due nelle storie dell’infanzia di Cristo del transetto nord e nelle vele della crociera. Un font scrittorio avrà la sua importanza, ma anche la tecnica esecutiva e le soluzioni fisiognomiche non sono acqua. Ogni cosa vuole la sua giusta prudenza.

Come scriveva Giotto?

di Elvio Lunghi

Pubblicato in data 18 Luglio 2020