Nei giorni scorsi su Assisi Mia ho fatto un ragionamento sul futuro della città, sulla crisi abitativa del centro storico e, a mo’ di provocazione, per tirare un sasso nello stagno, ho dedicato alcune righe al Convitto nazionale, dicendo che è sottoutilizzato e che forse sarebbe utile ragionare sulla sua funzione, ipotizzando alcune soluzioni, fra queste la più estrema: cioè la sua demolizione e ricostruzione. Ripeto, solo ipotesi. La rettrice dell’istituto, ingannata da un’errata sintesi del mio articolo, secondo la quale avrei detto che il Convitto è fermo, depredato e altre cose (riferite invece all’hotel Subasio), risponde su Assisinews spiegando che il Convitto è in piena attività, non è sottoutilizzato e anzi vive un crescente sviluppo con grande soddisfazione di chi ci lavora e di chi lo frequenta come studente o come ospite. Ne sono davvero felice.
Del Convitto ho un bellissimo ricordo: il Liceo Scientifico, gli amici convittori, il basket, le feste di carnevale. Ma non solo, sono stato uno dei coordinatori della rivolta studentesca quando volevano trasferire il Liceo a Santa Maria degli Angeli (inizio degli Ottanta).
Era popolato da centinaia di convittori che ogni giorno sciamavano per le vie del centro storico, lo animavano e partecipavano alla vita sociale. Vi trovavano sede quattro scuole (elementare, media, scientifico, alberghiero) e centinaia di studenti.
Eppure, già allora, appariva come un luogo fuori dimensione, enorme, con aree interne eccessive e a volte superflue (corridoi, altezze dei piani, estensione dei vani), opera di altri tempi, quando vi erano visioni e concezione diversa degli spazi.
Si tratta, ora come allora, dell’edificio laico più grande e importante di Assisi, che occupa una superficie immensa, un brano importante di città, perdipiù in una posizione strategica. Per questo ritengo che si debba ragionare e interrogarsi sul suo utilizzo, sulla sua destinazione, sulla sua piena funzionalità. Solo chi ha uno sguardo conservativo, antiquariale, poco propenso a guardare avanti rimane abbarbicato al “come eravamo”.
Non volevo, con ciò, ridimensionare e sminuire le attività che ora vi si svolgono, anzi forse è proprio questa (polo scolastico e didattico) la strada da percorrere anche in futuro e, non a caso, ne accenno anche nel mio articolo.