Che la città sia vuota in questi giorni mi sembra normale: sono vuote le città d’arte dell’intera penisola, anzi del mondo intero, cosa dovrebbero fare i turisti ad Assisi? Cosa ha di speciale Assisi che la distingua dal resto del mondo? Che una città che vive da un secolo la stagione del turismo francescano sia oggi priva di consumatori mi sembra la regola: in bassa stagione chi è che va al mare? Chi frequenta d’inverno gli alberghi di Milano Marittima o di Cesenatico? E dunque non stiamo a lamentarci per aver perso una stagione – una sola? ne perderemo diverse immagino – perché rientra nel rischio d’impresa. E se son chiuse le serrande degli innumerevoli bed and breakfast, delle impellenti pizzerie al taglio o negozi di chincaglierie a basso prezzo e modestissima qualità, io non starei a stracciarmi le vesti, non starei a gridare signori così non va, abbiamo sbagliato tutto. Mi farei invece un’altra domanda: a cosa serve il Calendimaggio?
In questo mese su queste pagine è stato tutto un inno al Calendimaggio: i nostri ricordi giovanili, le prime avventure, le prime sbronze, il Calendimaggio è nostro, è di chi lo fa, fuori i mercanti dal Calendimaggio, il Calendimaggio è rito, il Calendimaggio è spreco, il Calendimaggio è follia.
Ma chi è che ha inventato il Calendimaggio? Lo ha inventato l’avvocato Arnaldo Fortini, quando era podestà di Assisi e quando fu presidente dell’Azienda di soggiorno. Fortini lo studioso di francescanesimo, Fortini il poeta, Fortini il musicista: possibile che Fortini abbia inventato il Calendimaggio come festa dello spreco, del vino cattivo e del questo è mio guai a chi lo tocca? Lo ha inventato Fortini quando all’inizio del Novecento Assisi si aprì alle prime forme di un turismo di massa. E lo fece trasformando l’aspetto della città, che diventò neomedievale rimuovendo ove possibile le innovazioni tridentine e barocche della città vissuta da san Francesco: basta visitare la Piazza del Comune, o entrare in San Francesco, in San Pietro, in Santa Maria Maggiore, in Santo Stefano. Lo fece promuovendo una forma di artigianato legata al punto francescano e alle ceramiche ispirate ai dipinti di Simone Martini o di Tiberio d’Assisi. Lo fece trasformando in teatro medievale le processioni della Chiesa Tridentina e dando inizio alla festa del Calendimaggio, come festa della musica, dei fiori, dell’amor cortese. Cosa è rimasto di questo? Le serrande abbassate dei negozi che vendono robaccia prodotta altrove. E è rimasto il Calendimaggio, festa mia e guai a chi la tocca.
Ho una esperienza personale del Calendimaggio, quando una amica all’inizio di questo secolo mi convinse a partecipare alla ideazione delle scene. Come aprii la prima volta bocca, subito mi dissero non ci servono i professori, noi abbiamo fatto sempre così. Così come? Mangiamo e beviamo, anzi magnamo e bevemo. Ho resistito due anni e sono tornato a casa.
Fuori i mercanti dal tempio? Il Calendimaggio è un tempio? Ma il Calendimaggio lo ha inventato Fortini, non da poeta ma da uomo lungimirante, che intuiva le potenzialità di una Assisi città di san Francesco, il primo poeta cantautore della nostra storia: nostra del mondo, non nostra della sola Assisi. Il primo giullare, il primo uomo che sapesse vivere come i fiori dei campi e gli uccelli dell’aria. I frati che vennero dopo, per fare come i fiori o come gli uccelli, o come san Francesco, hanno avuto bisogno di negozi e di alberghi. Per parte loro ci hanno messo una chiesa meravigliosa – le chiese di Francesco sono più bruttine – che tengono come un giardino aperta tutto il giorno. Cosa ci mette di suo la città, di notte a chiese chiuse? Le pizzerie? I ricordini? Ci mette l’aria medievale di una città rinnovata profondamente al tempo di Fortini, e la dovrebbe riempire di canti e di suoni, a favore di tutti, ma soprattutto dei consumatori di questa sorta di fabbrica che è diventata Assisi con l’industria del turismo.
E invece no: il Calendimaggio è di chi lo fa, il Calendimaggio è nostro. Ricordo una volta a Carcassonne, la città medievale di Violette le Duc aprirsi al pubblico di sera in vesti medievali, per accogliere i frequentatori di ristoranti e negozi. E non tre o quattro sere l’anno: tutte le sere. Perché Assisi no? Carcassone è un caso esagerato? Allora facciamolo più normale, facciamolo più intelligente: una volta l’anno la festa aristocratica per i soli assisani, e tutto l’anno la festa popolare per far divertire i turisti che abbiano scelto di trascorrere la notte entro le mura, senza sentirsi respinti come intrusi quando cercano di rientrare in albergo senza costume. Perché non investire nel Calendimaggio facendone la festa al servizio di una industria del turismo che guardi al medioevo come a una stagione ideale? Ma senza riempire i vicoli di legni, di paglia, di sacchi, che la rendono orribile a vedersi, come normalmente accade: due mesi di cantiere e un mese di macerie. E invece gli assisani vorrebbero giocare da soli al Calendimaggio, senza turisti tra i piedi.
Fortini era un poeta, ma non era uno sciocco. Lamentarsi che l’economia del turismo possa declinare, anzi auspicarne il declino, mi sembra davvero una visione miope. Ma ancor più miope è voler giocare al Calendimaggio rifiutandone le premesse. Perché vorrebbe dire tenersi il circo senza pane e morire di fame. Come moriva di fame Assisi nel primo Novecento, prima che Fortini inventasse tutto.