06 Maggio 2020

Non è Calendimaggio se non si esagera

Carlo Cianetti
Non è Calendimaggio se non si esagera

Quando si avvicina la primavera una chiacchierata sul Calendimaggio ci scappa: sul passato, sul futuro, sul senso, sulla sua utilità, sui costi, sullo spirito della festa. Discussioni spesso banali e in cui ognuno, non sempre consapevolmente, teorizza  che il proprio Calendimaggio è meglio di quello del suo interlocutore.
Alla fine la conclusione più saggia è sempre la stessa: Il Calendimaggio è di chi lo fa! E chi lo fa decida cosa debba essere. Certo esistono tradizioni, regole e riti, fondamentali per non incorrere in devastanti sbandate ma questa Festa, alla fine, risente potentemente della temperie sociale, politica ed economica. Il Medioevo è una cornice, ma i contenuti e le emozioni appartengono alla contemporaneità.
Comunque è vero: le feste sono di chi le fa, anche quelle pagate con i soldi pubblici. Poi ci sono le “manifestazioni” (chiamiamole così per differenziare), cioè quegli eventi che esistono per dilettare il pubblico. Il Calendimaggio non appartiene alla categoria delle “manifestazioni”, è una festa.
Quindi liberiamo il campo dalle tirate retoriche che si sentono in giro: “peccato che le scene, tanto belle, le vedano solo in pochi…”, “ormai il Calendimaggio sembra una festa privata…”, e via dicendo.
Le scene sono tanto belle perché sono popolate esclusivamente da gente in costume che sa cosa fare e proprio per questo si riesce a creare un’atmosfera molto particolare.
I cortei, sono “cose” difficilmente inquadrabili in categorie precise, anzi, cominciamo col dire che da tempo non sono cortei. Tantomeno storici. Trattiamoli come teatro di piazza. Negli anni si sono trasformati, progredendo e regredendo, mutando stili e linguaggi: sono fenomeno per ora senza noumeno. Sostanza scivolosa, molto plasmabile, energia che diventa materia solo in piazza, una formula magica che a un certo punto scompare per sempre.
Anche qui, lo spettatore ha il suo ruolo nel senso che gli attori giocano con la gente, ma lo spettatore al quale ci si rivolge è il partaiolo, non certo il neutrale. E anche in questo caso il partaiolo fa la festa, anche dalle tribune, partecipa. Partecipazione è la parola chiave.
Quindi non si perda tempo ulteriore a escogitare formule, spesso artificiose e ridicole, per consentire che il Calendimaggio “venga goduto da un maggiore numero di persone”.

Invece altre sono le questioni sulle quali, forse, vale la pena ragionare.

Il Calendimaggio è un motore che attiva energie potentissime per un periodo troppo limitato.
Il salto di qualità questa Festa lo farà quando riuscirà a strutturarsi in modo più continuo, con attività durante tutto l’anno, di carattere sociale e soprattutto culturale. Deve trasformarsi da corsa di velocità a maratona.
La musica è il seme del Calendimaggio che ha prodotto i migliori frutti. Artisti di rilievo nazionale internazionale, gruppi di musica antica e non solo, una conoscenza diffusa dei repertori più vari. Conseguenza naturale sarebbe far diventare Assisi palcoscenico di un grande festival della Musica Antica. Magari da organizzare a ridosso della Festa, 3-4 giorni prima. Se ne trarrebbero tanti benefici, anche turistici ed economici. Il Calendimaggio riceverebbe linfa vitale da musicisti, studiosi, storici. Se ne parla da decenni, ma non si ha mai il coraggio di volare alto. E alla fine si ridimensiona sempre il tiro.
Quando eravamo ragazzi, negli anni Ottanta e Novanta, ci rimproveravano di fare cose “troppo grosse”. Forse era vero, ma le feste sono fatte per esagerare, per pazziare, scapocciare perché poi il resto dei giorni è normalità.  
E una festa resiste, rimane vivace ed emozionante finché è evento straordinario. Poi quando la creatività si perde nella ripetitività, quando tutto rimane nel solco delle cose già fatte, allora il declino è vicino.

Carlo Cianetti
Carlo Cianetti

Giornalista a Radio Rai, appassionato di Assisi, ha fondato questo trimestrale nel 1995 insieme a Francesco Mancinelli e Giovanni Bastianini

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