L’imprevisto accade, anzi come un frutto da un albero, quello dell’umana conoscenza, cade. E rivela la sua natura. Una catastrofe, ce la spiega René Thom: mutamento improvviso di stato di un sistema strutturalmente stabile. Ci piacerebbe davvero così, che grande opportunità di rinnovarsi! Ma sembra, invece, che sia marcito corrompendosi nell’ossimoro esistenziale della preveggenza tardiva. Ad Assisi, anche altrove, certo, in questo tempo curvo ripiegato su se stesso, l’imprevisto si riflette con noi allo specchio, proprio lì alle nostre spalle. Ha le occhiaie di ciò che si sapeva già di sapere, prima. La saggezza stantia di quel che si sarebbe dovuto fare. È penetrato nel sistema linfatico della comunità, già da tempo sedata da svuotate giaculatorie, ripetute fino a corrodere gli originari significati, tipo “Assisi avrà guai, ma non perirà mai” (a proposito: ma è vero che lo disse mentre stava dalle parti di Villa Gualdi?) che sa di “fine pena mai”, condanna alla sopravvivenza. Si è spalmato sui nostri giorni, l’imprevisto, cronicizzando l’entropia della socialità, mentre ci consoliamo con incoraggiamenti pornografici e l’esaltazione del solipsismo domestico, della meditazione solitaria. Nelle sue poliformi manifestazioni, l’imprevisto si conforma in un nodo scorsoio di regole che strangola alcuni (li troveremo morti ma sani). Per altri, però, funge da catena di trasmissione, quindi: tutto procede secondo il piano. E questi sono gli ultimi segni, prima che sia troppo tardi. Perché, ora che abbiamo i vaccini, l’imprevisto sta per compiere la sua più grande opera, trasformarsi in amnesia retrograda.
Brevi note etimologiche a cura di Carla Gambacorta
Imprevisto ‘non previsto’ è voce recente (XIX secolo), composta da in– (corrispondente al privativo ἀ– del greco) e dal part. pass. di prevedere (lat. praevidere), cioè ‘vedere (con la mente), ipotizzare prima ciò che avverrà poi’, qualità non solo di chi è preveggente, ma in un certo senso anche di chi è ‘accorto’, quindi previdente; parole che hanno una simile origine, ma storie diverse. Quanto alla nostra voce, considerato ciò che sta accadendo – forse prevedibile per come stiamo governando il mondo – verrebbe da pensare che l’imprevisto nella catena evolutiva non siano i virus, ma l’uomo.
Suggerimento musicale a cura di Simone Marcelli
Testo scritto da Peter Gabriel, il brano è quasi un’opera teatrale futuristica, di aspra critica sociale sull’oppressione che, nel Regno Unito, i proprietari privati esercitavano sugli inquilini con affitti bassi per sfrattarli e riqualificare vantaggiosamente i loro immobili. L’imprevisto colpisce l’inconsapevole, il più debole, come sempre e come dappertutto.
Ascolto: Get’em out by Friday [Foxtrot, 1972] – Genesis