16 Settembre 2020

Baco

Gianfranco Fanelli
Baco

Cento anni fa, affacciandosi dai terrazzamenti di Assisi la pianura pareva un’ininterrotta foresta, e un novello barone rampante avrebbe potuto viverci sopra senza metter piede a terra. Per contro, il monte Subasio era glabro come raffigurato da Giotto negli affreschi di San Francesco, con la sola macchia verde dei lecci delle Carceri. I campi erano infatti solcati dalle piante che servivano da sostegno alle viti: la cosiddetta “vite maritata”. Il vino era la principale bevanda di tutti, le foglie delle piante servivano al bestiame e la legna era indispensabile per la vita quotidiana. Sotto gli alberi si coltivava il resto. Questi alberi erano l’olmo, l’acero ed il gelso, che occupava anche i margini delle strade. Le foglie del gelso servivano per l’allevamento dei bachi da seta: era una delle poche attività che dava un piccolo reddito al mondo femminile, chiedendo molto tempo, poco spazio, poca fatica, un basso investimento. Le piante erano continuamente potate per l’approvvigionamento di foglie fresche. Anche la tessitura era effettuata a domicilio con telai cosiddetti a tiro, e nel medioevo si producevano anche tessuti pesanti, come i broccati e i damascati, mescolando alla seta altre fibre e anche a fili d’oro e d’argento per arredi sacri, arazzi, stole sacerdotali e tendaggi preziosi per proteggersi dal gran freddo. Nell’800, con l’introduzione dei telai meccanici la produzione si organizzò industrialmente verso tessuti più leggeri come chiffon, organza, raso, crêpe. Ad Assisi, ancora nel 1890 erano censiti 522 telai domestici (non solo per la seta, certo), ma nel 1910 erano ridotti a tredici, di cui nessuno per la seta. Continuò invece la produzione domestica dei bozzoli, ma all’esplosione di domanda dopo la prima guerra mondiale — soprattutto per l’uso diffuso delle calze di seta – seguì l’entrata massiccia sul mercato di produttori extraeuropei (la seta divenne allora la principale fonte di valuta straniera per il Giappone) che fece crollare i prezzi, e quindi la produzione cessò in Umbria, in Italia e in tutta Europa.
Ora, se hai una pianta di gelso, devi pagare qualcuno per potarla.

brevi note etimologiche a cura di Carla Gambacorta

Baco indica il verme, la larva, il bruco in genere, soprattutto nell’uso toscano, ma più comunemente con la voce ci si riferisce a quello da seta, cioè al ‘bombice del gelso’, noto anche in alcune zone come filugello e in altre come bigatto. È di etimologia incerta, ma si riteneva che derivasse dal tardo latino bacius da bombacius, a sua volta da bombax, bombacis (per il classico bombyx, bombycis, appunto ‘baco da seta’). Oppure, ed è forse più verosimile, risale a baco ‘essere pauroso’ che è un rifacimento di bao bao incrociato con baco (perché quest’ultimo esce dalla frutta all’improvviso), voce riscontrabile nell’antica locuzione (anche in Boccaccio) far baco o far baco baco (oggi far bao bao o far bau bau), cioè ‘incutere paura a qualcuno apparendogli di sorpresa’.

suggerimento musicale a cura di Massimiliano Dragoni

La seta che nasce dal baco è l’elemento principale delle vesti dell’innamorata in tutta la storia della musica tradizionale italiana. E’ il filo che attira e che tiene uniti e il filo della resistenza e della richiesta dei diritti nella nascente società industriale

Ascolto: Povere filandere

Anonimo. Esecuzione: Riccardo Tesi, Lucilla Galeazzi, Elena Ledda, Ginevra Di Marco, Alessio Lega, Gigi Biolcati, Andrea Salvadori

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