Mentre le elezioni comunali, benché rinviate, inesorabilmente si avvicinano, cresce nella collettività la speranza che Assisi, dopo la falsa ripartenza dell’estate scorsa, finalmente riemerga dalle sabbie mobili di questa crisi pandemica, che nella storia economica e sociale della città segnerà certamente un passaggio forse più memorabile del terremoto del 1997.
Espressa in termini tanto generici, e perciò aperti ad orizzonti creativamente radiosi, questa speranza è condivisibile davvero da tutti; ma la forza inerziale dei passati trascorsi tende in realtà a costringerla verso una direzione precisa e ben nota. “Come prima, più di prima”, per dirla con l’ottimo Tony Dallara, al secolo Antonio Lardera da Campobasso.
C’è scritto elezioni, ma si legge Sindaco e non senza ragione, grazie alla disgraziatissima riforma del 1993 che ha esaltato fuori misura questa figura, facendone una sorta di uomo della Provvidenza spesso poi destinato, a fine mandato, ad agnello sacrificale. Nel caso di Assisi tutto fa ritenere, allo stato delle conoscenze, che non mancheranno candidati entusiasticamente pronti ad abbracciare la causa del “come prima, più di prima”, beninteso con differenti sfumature e distinzioni tanto più rabbiose quanto perfettamente marginali.
Chiedersi se ciò corrisponda o meno alle attese pigre e distratte della maggioranza degli elettori è ozioso: certamente sì. Chiedersi se ciò corrisponda anche ai loro interessi, tanto più se proiettati nel futuro e intesi un po’
oltre la dura crosta del profitto, è un esercizio necessario ma dagli esiti incerti, a dispetto delle buone intenzioni.
Meno ozioso ma ancor più incerto è invece chiedersi se ci saranno anche candidati che potranno dare corpo e voce ai desideri e agli auspici di tutti coloro – una minoranza, certo, ma non ci dicono che siamo ancora in democrazia? – che desidererebbero vedere le risorse economiche che si renderanno prossimamente disponibili, e che parrebbero ingenti, destinate alla progettazione e alla costruzione di un diverso modello di convivenza, orientato all’affermazione di quei valori umanistici che la collettività assisana fatica a mantenere vivi.
Sono obiettivi belli e degni sui quali, facendo del valore simbolico di Assisi una facile grancassa, si spende molta retorica, di cui una cospicua parte è divenuta riserva di caccia di certe espressioni della Chiesa cattolica. Non sarebbe male, non foss’altro per amor di coerenza, vedere i rètori uscire dall’enfasi comunicativa globalizzata e sostenere in concreto, qui e ora, un cambiamento di rotta per la città e suoi abitanti. Abbiamo tutti una poltrona in prima fila, vedremo come andrà a finire: magari, se siamo fortunati, all’insegna del meno di prima, meglio di prima.
Ascolto suggerito:
Tony Dallara: Come prima, più di prima