07 Febbraio 2021

La seconda vita di Francesco d’Assisi

Francesco Lampone
La seconda vita di Francesco d’Assisi
Baccio Maria Bacci - San Francesco rinuncia alle vesti e ai beni paterni

Più d’uno, fra i lettori di Assisi Mia, non avrà dovuto certo attendere queste righe per apprendere come il compianto premio Nobel José Saramago avesse scritto, ormai molti anni fa – la pubblicazione è del 1987 -, un succinto dramma teatrale il cui titolo già di per sé racconta molto: “La seconda vita di Francesco d’Assisi”. Ma per tutti gli altri lettori, più distratti, vale la pena spendere qualche parola su quest’opera, peraltro introdotta nell’edizione italiana da uno scritto dello stesso autore che ne riassume la genesi, stimolata dalle suggestioni di un passaggio ad Assisi in occasione del suo primo viaggio in Italia.

Racconta Saramago, parlando di sé in terza persona: “È noto quanto i veri atei siano scrupolosi in materia di etica religiosa. Come al loro spirito ripugnino le offese contro una trascendenza che essi stessi rifiutano ma che vogliono vedere integralmente rispettata da coloro che per missione e devozione devono proclamarne la virtù e i meriti. È comprensibile, dunque, che la visione in un chiostro del convento, dietro un bancone, di due francescani che, in tonaca e cordone, vendono rosari, statuine, stampe, libri edificanti, santini, scapolari, crocifissi, insomma tutta quella chincaglieria del cattolicesimo nella peggiore delle sue versioni, che è quella superstiziosa, abbia ferito profondamente qualcuno che, senza rendersene conto, si aspettava di trovare ad Assisi un segnale perenne del passaggio luminoso di Francesco nella vita terrena. Pensò allora che quei frati, non essendo più dei mendicanti, non avrebbero dovuto continuare a chiamarsi così, francescani, giacché la fatica dei secoli e il cambiamento dei costumi tanto radicalmente avevano sovvertito la regola instaurata dal fondatore. Quelli che prima chiedevano, adesso vendono, quelli che prima rinunciavano, adesso accumulano. Perciò Francesco d’Assisi ritornerà nel mondo per restituire all’Ordine la sua originaria purezza.”
Parole dure e certamente sincere, quelle dell’autore portoghese, ma fin qui non esattamente originali nel loro corrispondere a luoghi comuni anticlericali a dir poco abusati. Solo proseguendo nella lettura dell’introduzione si vedrà come l’opera si addentri in territori ben più stimolanti. Si scoprirà allora che il Francesco di Saramago, catapultato redivivo dall’autore nel nostro presente vagamente distopico per indignarsi del tradimento dei suoi insegnamenti: “Confermerà quanto già sapeva, che la ricchezza è sempre infame, ma imparerà a proprie spese che è un errore contro la carne e contro lo spirito fare della povertà condizione per accedere al Cielo…”

Lo sviluppo del dramma indaga con intelligenza e sagacia in questa direzione, con il gusto e la passione di metterne in evidenza le opportunità inesplorate. Il lettore si accorgerà così di come lo scrittore portoghese si dimostri inattesamente sensibile alle non irragionevoli ragioni brillantemente esposte da un atemporale Elia, assunto con sovrano spregio delle leggi della fisiologia come sempiterno contraltare del francescanesimo ortodosso: “E io, in fondo, sono più umile di te, Francesco. Sì, io sono in grado di vedere il cielo, ma è troppo alto perché possa raggiungerlo. Siamo sventurati, carichi di vizi, di delitti, di orrori. Per questo non speriamo altro che di salvarci sulla terra, questa terra. Che sta tra paradiso e inferno”. Le stesse ragioni, le stesse umanissime debolezze affioreranno più o meno striscianti nelle dolorose prese di posizione di tutti i personaggi, finché Francesco stesso si vedrà costretto a fare i conti con le proprie contraddizioni di figlio proiettato troppo distante dalle attese dei suoi genitori.
Il conflitto dialettico che ne consegue, senza risparmio di colpi, non lascerà nessuno indenne, né uguale a prima. Legami importanti si spezzano, altri si ricompongono, certezze si sgretolano e sopra a tutto si impone l’esito spettacolarmente inatteso che Saramago affida a un Francesco davvero rigenerato nella sua seconda vita; “Ora lotterò contro la povertà. È la povertà che deve essere eliminata dal mondo. La povertà non è santa.”

Che si condividano o meno premesse o conclusioni (od ambedue) di questo lavoro teatrale, che se ne possa criticare o invece apprezzare (è il caso di Marco Baliani e Mario Martone) l’impianto drammaturgico, che se ne vogliano discutere i riferimenti storici (è quel che hanno fatto Franco Cardini e Chiara Frugoni), non pare però discutibile come esso accenda un faro su temi centrali e decisivi, e perciò stesso inevitabilmente imbarazzanti. Tanto più specialmente centrali, decisivi ed imbarazzanti (e meno che mai inattuali) diventano questi stessi temi per un lettore di Assisi, che nella prospettiva di Saramago non è solo il luogo in cui tutto è cominciato, ma anche quello dove le antinomie originarie sono più evidenti e visibili e proprio perciò più fortemente compresse da una narrazione ufficiale rassicurante. Che prima o poi, come spesso accade, queste contraddizioni possano riuscire a divenire anche feconde? Per ora il dibattito non ferve. Buona lettura ai più volenterosi.

José Saramago
La seconda vita di Francesco d’Assisi e altre opere teatrali
Universale Economica Feltrinelli, 2011
Traduzione dei brani citati di Giulia Lanciani

Francesco Lampone

Lavora come responsabile dell'Area Affari Generali e Legali dell'Università per Stranieri di Perugia. Si occupa occasionalmente, per passione, della storia di Assisi. Ha pubblicato per le edizioni Assisi Mia, in collaborazione con Maria Luisa Pacelli, il volume: Assisi: un viaggio letterario, dove si esplora l’identità cittadina attraverso lo sguardo di cento visitatori illustri.

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