Lo confesso, sono di Santa Maria degli Angeli: nessuno è perfetto. Ci sono nato, ci ho vissuto e probabilmente ci morirò, se il mondo non cambia. E ci passo anche un sacco di tempo, anche se sto quasi sempre a casa a leggere o scrivere. La casa ce l’ho dietro la chiesa in via Assisi, che è la via principale del paese, dopo che la via che porta a Bastia e la via che porta a Costano – ora si chiamano con nomi moderni, ma anche la via dove abito è chiamata Patrono d’Italia – sono state sbarrate da una brutta copia della Fontana di Perugia. Io sto dietro la chiesa. Quando suonano le campane trema tutta la casa e non si sente più niente. Però si sta bene, con un affaccio sul convento dei frati, il secondo sull’orto delle monache bianche – le suore francescane missionarie di Marie -, il terzo sul cancello delle monache nere – le suore francescane missionarie di Gesù Bambino -, il quarto sulla Rocca Maggiore con sotto Assisi. Altro non c’è da vedere.
Tutto bene tranne il Piatto di Sant’Antonio. Ne ho sempre parlato male e non cambio idea. Cos’è che non va? Va benissimo sant’Antonio abate, un eremita nato vissuto e morto in Egitto al tempo dell’imperatore Costantino, le cui ossa furono rubate per essere portate a Costantinopoli, e poi rubate ancora per portarle in Francia. I monaci che a Vienne ne custodivano le reliquie si specializzarono nel confezionare medicinali con il lardo del maiale e sant’Antonio cominciò a essere associato alla figura di questo animale, tanto che diventò il protettore degli animali da cortile e di conseguenza il santo patrono invocato dai bifolchi. A Santa Maria prima di Napoleone era vietato costruire case a una distanza inferiore a 200 canne dal convento dei frati, le locande a mezzo miglio. In campagna c’erano solo case coloniche isolate e i bifolchi si associarono in una confraternita dedicata a sant’Antonio Abate. Poi venne il terremoto del 1832 e fu necessario costruire le prime case, per alloggiare i muratori impegnati nella ricostruzione delle volte della chiesa. Nel frattempo le monache bianche comprarono quasi tutta la terra a destra della mattonata che saliva ad Assisi. Altrettanto fecero le monache nere sul lato opposto. Salvo le case che si affacciano su queste strade, il resto del paese è tutto moderno, nella sgangherata confusione che contrassegna il secondo Novecento italiano. Il contadino non lo fa più nessuno, però si festeggia ancora sant’Antonio andando in processione dietro una statua di coccio, con indosso un cappello e un mantelluccio, quando più bello quando più brutto. Se andiamo a Bastia, se andiamo a Bettona, troveremo statue del santo molto più belle e molto più antiche. Se andiamo a Perugia ne troveremo una più antica ancora. Eppure è Santa Maria il posto dove si fa più festa in onore di un santo che sembra fatto di plastica. Da tutte le parti dell’Umbria vi portano cani, gatti, cavalli e automobili d’epoca, per farli benedire sul sagrato antistante la chiesa, nel poco spazio lasciato libero dai soldati che vigilano l’ingresso della chiesa.
La festa vera è il piatto, cioè la pietanza che è tradizione fosse offerta dai priori della confraternita per la festa del santo: maccheroni, due polpette, tre salsicce, due fette di carne. Pane e vino. I miei primi ricordi – ho da poco passato i sessant’anni – sono legati all’albergo in fondo alla piazza, dove tutto il paese mangiava insieme il piatto, anche se una volta si finì tutti insieme in allegria all’ospedale, col mal di pancia per un maiale malato. Poi ci si spostò tutti insieme al nuovo albergo dei frati. Infine i numeri crebbero a tal punto che qualcuno trovò la soluzione di dividere i commensali tra i vari ristoranti del paese. Ora, io dico, è mai possibile? Se è tradizione mangiare in onore del santo un piatto di maccheroni e carne, perché non mangiarlo in uno spazio comune, come se fosse una delle tante sagre paesane che s’incontrano a Rivotorto, Bettona, Cannara, Cantalupo o Bevagna? Perché altrimenti è meglio mangiare il piatto ognuno a casa propria – come faccio io con i miei fratelli da alcuni anni – e magari si mangia anche meglio. Perché è il mangiare alla stessa tavola, senza dividersi tra i vari ristoranti, che rinsalda lo spirito di parte. E se tutti insieme c’è da aspettare, si parla con il vicino: a sant’Antonio la pazienza non mancava, almeno finché restò in Egitto.