Sociologi in cattedra e avventori al bar perseverano nel dissertare su come l’immagine sia diventata il principale strumento attraverso cui interpretiamo la realtà e costruiamo la nostra identità. A loro dire, viviamo in un contesto caratterizzato dalla presenza costante di contenuti visivi: fotografie, video e social network hanno modificato il nostro modo di informarci, comunicare e raccontare.
Solo i più illuminati tra i sociologi e i meno sobri tra gli avventori ampliano l’orizzonte asserendo che anche il cinema assume un ruolo eccezionale: attraverso l’unione di immagini, suoni, dialoghi, musica e movimento, riesce a trasformare una storia in un’esperienza coinvolgente sul piano razionale e su quello emotivo.
Tutto vero, ma lasciamo simili considerazioni festivaliere ai peripatetici dialoghi sulla Croisette di Cannes o al Lido di Venezia.
Per gli assisani sono solo vuote chiacchiere e non certo novità. Abbiamo sempre avuto un modo tutto nostro di entrare nella Basilica di San Francesco: non come in una chiesa né come in un museo, bensì come in un cinema ante litteram. Del resto, Giotto non si limita a illustrare fotograficamente gli episodi della vita del santo: li mette in scena, sceglie i momenti decisivi, dispone i personaggi nello spazio, costruisce i gesti e le espressioni, stabilisce ciò che lo spettatore deve vedere e, soprattutto, ciò che deve sentire. Gli affreschi diventano così tanti fotogrammi in sequenza di una pellicola ideale, non troppo diversa dalla striscia in cellulosa prima del dilagante digitale.
Non per caso gli ultimi giotteschi, ancor attivi in Assisi, ci stanno per regalare nuove storie nel solco di una millenaria tradizione. Sono i sempre meno giovani protagonisti del progetto “Sedici Noni”. Dopo due occasionali proiezioni al Circolo Fortini e una mini rassegna estiva nei giardini intra moenia, saranno presenti stabilmente al Ridotto del Teatro Metastasio con percorsi tematici, film in lingua originale, cineforum, laboratori didattici e matinée dedicate alle scuole. Il grande schermo torna a illuminarsi e potrebbe sembrare soltanto la riapertura di una sala. In realtà è molto di più. È il gesto con cui una generazione emergente sceglie di riaccendere un luogo della propria città, di restituirgli una voce, di riportare le persone dentro uno spazio che il tempo aveva lentamente consegnato al silenzio. Già, perché il cinema conserva qualcosa di profondamente umano: la possibilità di sedersi accanto a qualcun altro, riconoscersi in una storia, condividere emozioni e sentirsi parte di una comunità che torna a incontrarsi.
La loro impresa è profondamente assisana. Non si ravvisa nessuna progettualità di parte pubblica che possa minimamente avere la stessa portata ideale a beneficio di un tessuto urbano sempre più relegato a centro commerciale e villaggio olimpico della cristianità.
L’amore incondizionato e disinteressato per Assisi ha dato loro il coraggio di intraprendere questo percorso culturale, nonostante l’atavica inerzia e l’immotivata ostilità che hanno dovuto vincere. Favoriamo le finalità dell’associazione non mancando i due appuntamenti settimanali in programmazione. Sosteniamo quanti si ostinano a resistere anche al monito che, in quel di Giancaldo, il saggio Alfredo rivolge al giovane Salvatore: “Vattinni chista è terra maligna […] Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia…. O’ capisti?”. A ragion veduta si gridi dunque al vero miracolo: c’è ancora chi preferisce la certezza di un nuovo Cinema alla promessa del Paradiso.
