Intervista ad Alberto Capitanucci
Quaranta anni fa, in Irpinia, il 23 novembre 1980, un devastante terremoto provocava spaventose distruzioni e oltre 2500 morti. Ci vollero però vari giorni per capire davvero cosa era accaduto, mentre i soccorsi ai sopravvissuti si dimostravano immediatamente molto carenti e disorganizzati. Da più parti d’Italia partirono allora spontaneamente piccole, improvvisatissime e coraggiose spedizioni private per cercare di dare una mano, e questo accadde anche da Assisi. Alberto Capitanucci, allora appena diciannovennne, fu tra i primi a partire per l’Irpinia.
Alberto, cosa ricordi di quella partenza per l’Irpinia?
Sono passati quarant’anni, tutto è molto schiacciato. I giornali titolavano “Fate presto”, la dimensione complessiva del dramma non fu subito chiara ma col passare delle ore si ebbe la certezza della sua enormità.
Sono certo che sia andato più o meno così: una telefonata di Stefano Buzzao, “che fai, vieni ?” E poi il pulmino Wolkswagen giallo di Paolo Brunozzi stipato di tutto quello che poteva servire per essere il più possibile autonomi e altri sei (mi sembra sei…) amici. Destinazione Sant’Angelo dei Lombardi, nel cuore dell’Irpinia.
Cosa vi spinse a partire?
Direi che tutti interpretammo come del tutto “naturale” partire, una sorta di obbligo morale dal quale non ci si poteva sottrarre. Questo valeva per tutti noi e – ovviamente – per le nostre famiglie. Ricordo solo un immancabile “mi raccomando stai attento…” di mia madre, ma la sensazione che ci portammo dietro era quella di andare a fare quello che tutti avrebbero fatto.
Ripeto, la dimensione della devastazione e della sofferenza che la accompagnava era enorme. Solo l’anno prima c’era stato il terremoto a Norcia ed erano ancora calde le cronache dell’altrettanto devastante terremoto del Friuli nel 1976.
Puoi descrivere la situazione che trovaste?
Lo scenario era infernale già a chilometri di distanza dall’area epicentrale. Noi arrivammo – mi sembra – la notte di martedì 25. Ricordo una colonna di mezzi dei vigili del fuoco bloccata lungo la strada da alcuni dei loro stessi mezzi in panne. Per proseguire li rovesciarono loro stessi nella scarpata.
Non ricordo se stesse piovendo quando arrivammo ma, certamente aveva piovuto, e parecchio, perché tutto era fango. Credo anche che fosse notte quando ci presentammo al campo dei soccorsi, ma quello che contava era solo fare e fare presto, così subito imparammo che quella ordinaria articolazione del tempo lì non aveva più alcun senso. So benissimo che non fu così ma, per me, nella mia mente, tutto è impastato di fango e tutto avviene di notte.
Nel campo dei soccorsi si distinguevano chiaramente gli “organizzati” dai “volenterosi”. Spina dorsale della prima parte del campo, illuminato da una grande torre faro, era la cooperativa dei portuali di Livorno: avremmo imparato presto a conoscerne bene la forza e le capacità lavorandoci insieme sulle macerie dell’ospedale. Un giorno o due dopo l’arrivo – ed il lavoro insieme – una delle lampade della torre faro venne girata verso la nostra area di campo e, a noi “volenterosi”, brutalmente introdotti all’asciutta semantica dell’emergenza, piacque interpretare questo gesto come una sorta di riconoscimento della nostra utilità.
L’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi era una costruzione di almeno cinque piani, inaugurata un anno prima. Quello su cui noi eravamo era il quinto piano, peccato che arrivava ormai direttamente dalla strada. Cinque piani schiacciati nell’altezza di uno. Il nostro lavoro consisteva nel disimpegnare parti di solaio che poi venivano agganciate e sollevate da una delle autogru dei portuali livornesi.
Ogni volta che un pezzo di solaio veniva spostato tutti speravamo che lì sotto ci fosse qualcuno ancora vivo. Trovammo un corpo, e ricordo di aver chiuso gli occhi sperando che gli altri intorno a me non se ne accorgessero.
È possibile una comparazione con il terremoto del 1997 che colpì anche Assisi?
Ad essere schiettamente brutali, c’è la differenza che corre tra l’avere e l’essere. Non esiste niente di paragonabile, per intensità ed estensione, del dramma con quanto noi abbiamo vissuto quasi vent’anni dopo. Con il dovuto rispetto per le perdite che anche la nostra comunità ha subito e per le ferite al monumento simbolo della Città, quello che qui abbiamo patito nel 1997 è stato niente al confronto con il dramma dell’Irpinia.
A Sant’Angelo è rimasto sotto le macerie un abitante su dieci. Il 95% della città è stato distrutto. L’emigrazione è tornata ad essere l’unica via per sopravvivere al terremoto dell’economia, più lento ma altrettanto implacabile. Oggi Sant’Angelo conta circa 4000 abitanti a fronte degli oltre 5000 del 1980.
Quale fu l’accoglienza della popolazione? Hanno avuto modo di sapere che venivate da Assisi?
Nei miei ricordi non c’è traccia di accoglienza. Neanche – sembra incredibile -di contatto personale. La disperazione non lascia spazio a cortesie. Ho davanti agli occhi l’immagine di un padre che scavava con le mani alla ricerca dei figli, per ore. Era un tempo sospeso, dove non ci sono presentazioni perché non servono presentazioni se sei arrivato fin lì, non c’è accoglienza perché un minuto dopo che hai preso in mano un piccone quella su cui scavi è diventata la tua casa.
A quella prima spedizione ne seguì una seconda, in un contesto più organizzato. Che ricordo ne hai?
La seconda “missione” fu – ovviamente – più organizzata e con una partecipazione molto estesa.
Moltissimi assisani diedero la loro disponibilità alla costruzione di piccoli alloggi in legno le cui componenti vennero assemblate presso la vecchia falegnameria Barili, sopra porta Nuova, lì dove oggi c’è l’ufficio postale. Falegnami esperti e falegnami d’occasione, insieme, sul modello della funambolica ed efficientissima scuola del Calendimaggio. Alla costruzione delle “casette” seguì poi la spedizione finalizzata al montaggio. Altro respiro rispetto alla prima esperienza, anche in termini di rapporti con la gente.
Mi porto dietro un’immagine e un episodio. L’immagine è la strada che saliva a Laviano, un solco netto tra le macerie di un paese distrutto, segnata come lugubri paracarri da una fila infinita di bare – per fortuna – rimaste inutilizzate. L’episodio riguarda il momento della “squadratura” delle fondamenta della prima casetta. Dopo qualche tentativo poco felice, fatto utilizzando una squadretta da disegno (in plastica verde pallido, ancora la ricordo) qualcuno disse “allora…tu che sei ingegnere…. come facciamo?” Ora, nel 1980 io ero al più ascrivibile all’Albo delle Matricole d’Ingegneria, e i miei studi erano stati classici. Devo però aver mosso a compassione i santi Euclide e Pitagora perché, non ricordo esattamente dopo quanto, si materializzò la soluzione sotto forma di una corda di 12 metri. I due semplici nodi che dividevano la corda in tratti di 3, 4 e 5 metri consentivano – tendendola – di tracciare con precisione un triangolo rettangolo e ottenere quindi, la tanto ricercata squadratura.
Da allora ho sempre avuto una rispettosa riconoscenza per la geometria.
La vita ti ha condotto alla professione di ingegnere civile e, più recentemente, all’esperienza di amministratore con delega all’urbanistica: due ambiti che toccano da vicino questa esperienza che hai vissuto così giovane. Pensi che in qualche modo ti aiuti ancora ad orientare le tue scelte?
Il ricordo della vista di quelle montagne di macerie, sassi legati con malta poverissima, calcestruzzi con armature mal fatte, col tempo mi ha portato a capire come la radice più profonda di quelle catastrofi non fosse il sisma, ma la povertà. La povertà di mezzi con cui della povera gente si era costruita una casa, la povertà di spirito con cui un’intera classe dirigente aveva scientemente distolto la vista dalla realtà in cui viveva. È paradossale ed esplicativo ricordare come una quarantina di comuni dell’Irpinia chiesero e ottennero la declassificazione sismica dei propri territori nel novembre 1962, a pochi mesi di distanza dal sisma (IX grado della scala MCS) dell’agosto dello stesso anno.
Ancora oggi – nel territorio più sismico d’Europa – dedichiamo enormi attenzioni e risorse al contenimento dei consumi energetici degli edifici e solo spiccioli alla prevenzione sismica: peccato che il conto dei soli costi diretti sostenuti dallo Stato negli ultimi 50 anni per le ricostruzioni post-sisma sia superiore ai 150 miliardi di euro. Sommando anche i costi conseguenti alle altre calamità naturali che nello stesso periodo hanno interessato l’Italia – dissesto idrogeologico in primis – si superano, abbondantemente, i 300 miliardi.
Per una classe dirigente che regola la profondità delle proprie azioni solo con il metro del consenso immediato non c’è giustificazione più solida e spendibile del dover far fronte ad un’emergenza per scansare ogni pur minimo sussulto di pianificazione strategica. I tempi attuali – mutatis mutandis – sono, purtroppo, eloquenti.
Quaranta anni sono molti, e i valori di riferimento della società sono cambiati parecchio, anche ad Assisi. Credi che, in condizioni comparabili, lo slancio di generosa solidarietà che ci fu per l’Irpinia sarebbe replicabile?
Torno all’inizio della nostra conversazione. A quel tempo, tutti consideravamo quello che stavamo facendo come “normale”. Impegnativo, duro, certamente ma, del tutto inscindibile dal potersi dire membri di una comunità.
Poi ci siamo “professionalizzati”, anche nella solidarietà. In parte c’è un senso in questo e credo di poterlo dire proprio per esperienza. Chi soccorre è bene che sappia quello che fa e, proprio da quella stagione prende il via – con Zamberletti – l’organizzazione della Protezione Civile Nazionale.
Siamo però andati oltre. Senza accorgercene abbiamo man mano rinunciato ad immaginarci ed essere protagonisti attivi di una “cultura civica” patrimonio e garanzia di tutti, derubricando il nostro obbligo di partecipazione – anche solo emotiva – ad un versamento di conto corrente.
La cultura civica è una pianta a lentissimo accrescimento, molto delicata. Richiede cura continua, quotidiana. Obbliga al riconoscimento della complessità dei problemi e, quindi, delle soluzioni, impone il riaffermarsi del valore della partecipazione dei singoli alle sorti della comunità.
Per non eludere la domanda, non credo che si sia persa la categoria della generosità. Quello che abbiamo dimenticato è che la generosità collettiva, fatta di energie e sentimenti prima che di risorse, ha una capacità di incidere enormemente superiore alla generosità individuale perché esplica i suoi effetti positivi non solo su chi beneficia del gesto ma – e con effetti duraturi nel tempo – sulla comunità che ne è protagonista.