La vicenda, contemporanea alla redazione di queste righe, della beatificazione ad Assisi del milanese Carlo Acutis merita qualche attenzione. Non per discuterne la legittimità, che non è dato ritenere altro che perfettamente conforme al diritto canonico; e tantomeno per discettare di crune, aghi e cammelli, rimanendo la questione – se mai questione ci fosse – patrimonio giustamente esclusivo della comunità dei credenti. Non appartiene però né all’ovvio, né all’inevitabile che Assisi si trovi ora investita come palcoscenico dell’evento e, di qui in avanti, del culto della memoria del beato Carlo.Sarebbe falsamente ingenuo ignorare che tutto congiura a favore: l’obiettiva (e ciononostante invadente) vocazione spirituale della città, volentieri estesa a traino identitario di tutto un territorio circostante in costante espansione, basterebbe da sola. Su un versante più prosaico ma non perciò ignorabile, gli albergatori ben farciti di pellegrini per il weekend, così come i loro cugini ristoratori e commercianti, ringraziano per il piccolo miracolo in un anno di vacche magrissime causa COVID, confidando silenziosamente che il tutto sommato neonato “Santuario della Spogliazione” possa in futuro attirare autonomi flussi di turismo religioso. Chi può dire cosa ne sarà del culto del primo beato fra i cosiddetti millennial?
Fatto sta che, per una serie di accidenti della vita, volontà e disponibilità convergenti, le spoglie mortali di Carlo Acutis riposano e riposeranno ad Assisi, e che questo sta mobilitando una certa attenzione mediatica e popolare. L’evento – tale è – si è visto preceduto dall’arrivo in città, a stretto giro, di Papa e Presidente del Consiglio dei Ministri. Una bella sequenza pubblicitaria, per restare sul versante prosaico già evocato sopra, che è insieme una potente conferma del ruolo in commedia assegnato ad Assisi. L’espressione non sembri (non è questa l’intenzione, comunque) irriverente: vuole solo rimarcare nuovamente come Assisi rammenti certi attori che si sforzano di somigliare il più possibile al loro personaggio di maggior successo, fino a confondersi con esso. Chi, seguendo questa suggestione ed avendo l’età (o le informazioni) per farlo, farà uno sforzo retrospettivo spingendosi qualche decennio addietro, potrà riconoscere forse il maggior tratto dominante della comunità degli assisani nella passività. Assisi: un luogo cui le cose accadono, ma che non le fa accadere. Un luogo che non produce il proprio futuro, ma lo subisce. Non è sempre stato così, ma questo ci racconta il passato recente. Ci si possono fare i soldi sopra e magari costruire carriere, ma resta una cosa triste.