Le belle immagini che il video mapping restituisce in questi giorni in Piazza del Comune raccontano una città di luci, di colori, di opere d’arte. Tra le fotografie proiettate sugli edifici vi anche è la splendida Natività dipinta attorno al 1315 da Giotto con la sua équipe nella basilica inferiore di San Francesco, una narrazione ad affresco della notte santa.
Solo i Vangeli di Matteo (2, 1-12) e Luca (2, 1-20) scrivono della nascita di Gesù: il primo parla dei Magi e dei loro doni, il secondo del Bambino deposto nella mangiatoia e dei pastori che, guidati dagli angeli, giungono alla grotta per adorarlo. Il tono asciutto, privo di dettagli, del racconto ha indotto fonti e tradizione figurativa medievale ad ampliare la narrazione. Verso la fine del Medioevo i Magi si sono ormai trasformati in re con un gremito seguito, nella stalla compaiono il bue e l’asinello, i pastori portano umili doni …
Anche Giotto non si sottrae al fascino della descrizione. Nell’ambientazione sintetizza i passi evangelici: Matteo scrive che i Magi entrano in una “casa”, Luca accenna alla mangiatoia in cui Maria pone il Bambino. A restituire le due dimensioni è l’ampio volume della tettoia che, sorretta dall’esile struttura in legno, sembra richiamare al contempo la casa – capanna e, stante anche la mole rocciosa che le fa da sfondo, l’umile grotta di Betlemme. Qui due pacifici animali – introdotti per la prima volta nel Vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo (VIII secolo ?) – intiepidiscono il Bimbo, investito da un fascio di luce divina, che la Madre solleva dalla mangiatoia. Schiere angeliche, sospese a mezz’aria, scaldano i cuori con i loro canti, mentre uno solo tra loro – cogliendo alla lettera il testo di Luca – indica il cammino a due increduli pastori col loro folto gregge.
In primo piano due levatrici – introdotte dall’articolato racconto dell’apocrifo Libro di Giacomo – accudiscono il neonato nel suo primo bagnetto, appena avvenuto in una bella conca colma d’acqua. La più giovane porge un telo rosso alla più anziana che stringe tra pollice e indice il santo nasetto perché con il pianto si aprano bene i polmoni. È un gesto di straordinaria naturalezza proposto in un dettato narrativo appassionato all’episodio, al dettaglio. Ne è prova anche l’accurata fasciatura del neonato, dipinta da chi doveva ben conoscere la prassi che – seguendo il testo in provenzale del medico Aldobrandino da Siena volgarizzato dal notaio Zucchero Bencivenni – voleva i bimbi stretti in soffici bende per guidare la crescita dei teneri arti, senza irritare la morbida pelle.
Un ruolo defilato è assegnato a Giuseppe, accoccolato in un angolo, estraneo alla solennità e alla concitazione del momento, in silente meditazione sul suo ruolo di custode terreno del piccolo Gesù e di sua Madre.
Mi piace pensare che Giuseppe, un po’ stordito dal girotondo impostogli con il video mapping e meravigliato dal trovarsi eccezionalmente in Piazza del Comune, percepiti i commenti dei passanti, stia riflettendo sulla litigiosità di noi assisani, specchio del mondo. Mai contenti di nulla, trasformiamo in polemica ogni occasione, anche l’addobbo natalizio, per altro quest’anno à la page e di tendenza. Distratti dalle immagini, dimentichiamo che Betlemme, con noi gemellata, si appresta a non celebrare in forma solenne il Natale per manifestare contro le unilaterali decisioni di un americano “pel di carota”. Un segno di vicinanza a quella città lontana, culla del mondo cristiano, sarebbe stato opportuno, per non dire dovuto, da noi abitanti della francescana città della Pace, magari anche tra le luminarie che ruotano nella giostra su cui è salito il frastornato san Giuseppe.