08 Settembre 2020

Nuova manutenzione – L’elogio

Ezio Genovesi
Nuova manutenzione – L’elogio

1. Manutenzione
            Mi hanno raccontato che nelle settimane che seguirono il sisma del 1997, un manipolo di Vigili del Fuoco, di qualche città della Toscana, fu incaricato di ispezionare le condizioni di Porta Nuova. Saliti sul cassero trovarono una vecchia, profonda fenditura nell’opera muraria che era notevolmente peggiorata. Una volta scesi, uno di loro, rivolgendosi ad alcune persone che stavano assistendo all’operazione, disse : «Ma da queste parti la manutenzione non si usa?» Non scommetterei sulla autenticità di questo aneddoto, ma vero o no esso può dare spunto a più di un apprezzamento.

2. Definizione e Manifesto
            Il sostantivo «manutenzione» proviene dal latino manu tenere ed ha per sinonimo «conservazione», cioè tenere qualcosa in condizione di efficienza e durata. Nel corso del tempo per manutenzione si è inteso un sistema di controllo e di intervento con le stesse finalità. Con una espressione più aggiornata si parla di – e si insegna la Scienza della conservazione o Terotecnologia da cui deriva il termine di Total Productive Maintenance, che prevede la diagnostica, l’analisi per processi, la pianificazione della manutenzione.  In generale, un sistema di manutenzione preventiva, proprio per questa sua vocazione ad anticipare i problemi, è maggiormente sensibile ai principi e alle pratiche di sostenibilità, quando anche compatibile con le soluzioni proposte dalle ricerche della scienza.
            In un altro ambito, quello dell’arte, la manutenzione non ha avuto alcun riguardo. Salvo il caso di Mierle Laderman Ukeles (1939). Questa artista ha preso di petto quella che sentiva come una condizione sua propria, pubblicando nel 1969 il Manifesto for Maintenace (tradotto alla meglio: Manifesto per la manutenzione) dove rivendicava il ruolo creativo, cioè artistico, delle donne nei lavori domestici. E alla fine di una lunga analisi, si chiedeva retoricamente: fatta la rivoluzione, chi andrà a disporre le immondizie? Dopo aver centrato la sua polemica sulla condizione della donna e della donna artista, nell’ultima parte del Manifesto Mierle lanciava un appello alle coscienze di tutti per una manutenzione del pianeta terra. L’azione performativa più integra al programma del suo manifesto è stata Touch sanitation (Stringi la mano agli operatori ambientali), quando per quasi un anno, nel 1979-80, ha intervistato, stretto la mano e pronunciato: «Grazie per tenere in vita la città di New York» a ognuno degli 8.500 operatori ambientali impiegati a disporre l’immensa quantità di immondizie prodotte quotidianamente dalla metropoli. Il progetto, accuratamente documentato, eseguito mentre era assunta nel ruolo di tirocinante non pagata dall’azienda municipale di igiene, è considerato un atto fondamentale della cosiddetta performance art.

3. Le mura (un esempio)
            Vista dalla strada che viene da Santa Maria Assisi appare sdraiata su quella klinè con gambe di lunghezza disuguale che è il colle Asio. Essa tiene fede – con più di uno screzio – alla descrizione di Paul Sabatier quando la vide la prima volta scendendo dal treno e intanto che camminava per raggiungerla. È stato osservato tante volte: venendo da Perugia la vista della massa del Convento è superba.Se ora ci portiamo in uno dei punti del lato opposto, se dal Colcaprile o dall’alto del Colle di San Rufino guardiamo Assisi, anche da questo versante niente sembra sminuire il senso di integrità della veduta, inteso nel rapporto tra natura e architettura.
            Forse la veduta meno conosciuta è il suo profilo contro l’orizzonte per chi si avvicina venendo da Ponte Grande, come se l’intera struttura architettonica si fosse compressa in una sola linea (così l’ha colta al tramonto in un acquerello Carlo Gino Venanzi, ca. 1910). Avvicinandosi a piedi da questo versante, se invece di passare sotto porta Perlici si volta verso il Cimitero, il tessuto delle mura urbane – le stesse che a distanza sono mimetizzate nella sella tra la pendice del Subasio e il Colle della Rocca – mostra buchi e scuciture, rammendi rimediati alla meno peggio. Una bruttura resa meno offensiva dal verde dell’edera che attaccandole, tiene in piedi larghe pezze di muraglia. Un giorno verranno giù nel dirupo abbracciati, i conci e le piante.
            C’è una evidente tassonomia distorta nella conservazione delle mura di Assisi.  Ordinata e ben tenuta la cinta nel versante a valle, lungo la circonvallazione, essa è lasciata in secolare abbandono nella pare a monte e verso il Tescio. Un po’ come la facciate dei palazzi veneziani, splendenti solo lungo il Canal grande. Perché questo diverso trattamento?

4. Una virtù civile presupposto della ripresa
            Da un altro punto di vista. Non c’è ricetta immediata di nuova e piena vita per le cittadine collinari lungo tutto l’asse appenninico, dalla Liguria alla Calabria, che soffrono di spopolamento e di economie anemiche. Seppure in posizione di vantaggio sostenuta dal turismo, Assisi non fa eccezione.  Ma per un momento tratteniamo il respiro e dimentichiamo problemi seri come questo o l’attuale pandemia, le anomalie demografiche, le sperequazioni nelle proprietà immobiliari, la massa turistica a fronte dei vuoti sociali, l’affanno a generare nuove “idee” per attivare la città civile. L’atteggiamento che non può venir meno è la costanza della manutenzione. Certo! non si negano, anzi si auspicano progetti importanti, ma non prima e non senza una base di buona condotta che tiene -come in una famiglia- a posto i conti di casa, che tiene ordinata la casa comune. 
            Perché questa insistenza in qualcosa che sembra così poco urgente? Niente altro che un segno di cura che dobbiamo avere per le cose che ci sono vicine, che ci appartengono e che dobbiamo conservare. L’attivazione di un processo continuo di attenzione che si traduce in manutenzione in un flusso circolare. Non ordinaria e straordinaria, come da abitudini e da linguaggio amministrativo ma, come detto, un processo di attenzione e di intervento senza soluzione di continuità. Dunque, il valore di strumento della manutenzione ascende a valore in sé.  E questo valore investe sia la sfera pubblica che quella privata. Di più, mentre è un dovere per chi ci vive, deve ugualmente essere un dovere di rispetto per chi la visita. Questi ha un ruolo di attore e non solo di consumatore.
            Ricostituire o costituire, come a me sembra, una mentalità in cui questo valore sia il primo nella lista che una comunità deve avere per obbiettivo. Ripeto: è un valore costitutivo, insito nel vivere civile che paga solo in tempi lunghi ed è bene sottolineare che non dà titoli di merito né titoli nei media. Invece dovrebbe raccogliere consenso e formare l’orgoglio civico tenere le vie, le piazze, gli edifici, i giardini e il territorio in buono stato di salute, come negli Effetti del Buon Governo di Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. A proposito non è quella raffigurazione un elogio alla manutenzione elevata alla massima dignità di buon governo ideale a cui contribuiscono tutti gli appartenenti alla comunità?

Ezio Genovesi

Direttore della Rhode Island School of Design ( 1990 - 2022 ), European Honors Program e Autore del Libro “1926”

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