08 Agosto 2021

Che il Parco del Subasio sia occasione di sviluppo

Damiano Frascarelli
Che il Parco del Subasio sia occasione di sviluppo

Il 12 luglio, con firma pubblica in diretta streaming dalla Sala della Conciliazione nel municipio assisano, i sindaci di Assisi, Nocera Umbra, Spello e Valtopina hanno costituito un’associazione tra i quattro comuni per la gestione del Parco del Monte Subasio. Assume la presidenza Assisi, in ragione della sua maggiore struttura amministrativa e perché possiede da sola circa 3/4 del territorio interessato; la vicepresidenza è di Spello. L’accordo va a supplire il vuoto gestionale degli ultimi anni, con il Parco che era rimasto, di fatto, un mero nome. Gli obiettivi sono non solo di tutela ambientale, ma anche esplicitamente turistici, con riferimento ad attrattori fin qui poco valorizzati, perché mai davvero oggetto di azioni concrete o perché in precedenza non considerati, come alcuni sport outdoor, e alla parola d’ordine degli ultimi tempi: destagionalizzazione.
            Tutto ciò è da accogliere con un aperto sorriso e grande trepidazione, specialmente se, come chi scrive, ci si è lamentati anni e anni dello pseudoparco del Subasio e si è detto, già in tempi non sospetti, che ci sono alcune potenziali categorie di utenti ignorate se non proprio snobbate dal locale comparto turistico, in modo particolare ad Assisi.
            Allo stesso tempo occorre mettere in guardia gli amministratori sul rischio di far svanire la sensazione positiva che hanno trasmesso con la loro uscita pubblica. Ecco qualche notazione specifica.
            In primo luogo, non può esserci alcuna vera novità sul Parco senza un aggiornamento dei suoi confini a ricomprendere le superfici in Comune di Spello estromesse al momento della nascita dell’area protetta nel 1995. Si dice “estromesse” perché l’originario Piano-quadro del “Sistema parchi-ambiente” pubblicato dalla Regione nel 1989 le considerava, ma furono poi tagliate, forse per interessi – si è autorizzati a credere – di segno clientelare (edilizia, caccia): si tratta dei “denti” nella perimetrazione del Parco messi saggiamente in ridicolo da Giuseppe Bambini con altro intervento in questa stessa rivista. Oggi sarebbe davvero assurdo che non rientrasse nel “nuovo” Parco la Macchia di Pale, perché è un bel bosco, perché insiste su un versante d’interesse geomorfologico e perché, perfino, è divenuta amata dai lupi; oppure, a valle di tale bosco, il suggestivo castello di S. Giovanni, certamente da proteggere con tutti i mezzi; o, ancora, il Monte Pietrolungo con le sue adiacenze, cioè tutto il versante subasiano sud, sul quale lo stesso Comune di Spello (!) sta sviluppando un semplice ma grazioso progetto di valorizzazione escursionistica e che, in virtù di strutture già esistenti, è ben sfruttabile per un turismo residenziale in linea con la filosofia di un parco. Se dunque la neonata associazione intercomunale ha un valore, gli altri comuni devono convincere (obbligare) Spello a tornare indietro sulla questione dei confini.
            Un altro tema è quello delle opere eseguite o da eseguire. Durante la vecchia gestione basata sull’intervento della Comunità Montana, ad esempio, furono attrezzati i “rifugi rustici”, come il Piano-quadro chiama alcuni fabbricati che nel linguaggio escursionistico-alpinistico sono più vicini al concetto di “bivacco”: ambienti liberamente accessibili all’escursionista per ripararsi dalle intemperie o per dormire, sebbene con soluzioni molto spartane; sono dotati anche di camino per scaldarsi e cuocere alla brace. Il lavoro fu però fatto senza interrogarsi davvero sul tipo e sulla portata dell’utenza, spesso rivelatasi irrispettosa, senza segnalare lungo i sentieri l’esistenza di questi appoggi, senza affiggere alla porta delle raccomandazioni d’uso e soprattutto senza un progetto, coinvolgente magari le associazioni vocate, di manutenzione ordinaria (chi assicura il rifornimento di buona legna? etc.) e di controllo (ma la sorveglianza è stata uno dei punti più deboli del “vecchio” Parco in generale). Il risultato è noto a molti: le strutture si sono presto deteriorate, per cause varie tra cui il vandalismo; in certi casi sono stati necessari nuovi interventi e comunque, nel complesso, i “rifugi rustici” non sono agevolmente fruibili e trasmettono un’idea di sporco e di abbandono: non è così in tutti i parchi e su tutte le montagne, ve lo assicuriamo! Entro i confini del Parco esistono, poi, edifici di pubblica proprietà più grandi e in potenza più attrezzati di quei piccoli, trascurati ripari, ma che, con sorte perfino peggiore, sono del tutto inutilizzati, pur a seguito dei soliti interventi edili, probabilmente anche ben fatti, se si deve giudicare dall’attuale aspetto esteriore (prima dell’inevitabile declino) del rifugio delle Banditelle. A due piani, intonacato con un rosa abbastanza tipico dei nostri paesetti di montagna, in luogo ameno e allo stesso tempo di facile accesso per tutte le categorie di camminatori, dotato di centralina eolica: chiuso.
            Il monito, pertanto, è di non mettere mano ad alcuna opera senza un vero progetto di utilizzo a medio-lungo termine e se non si possa ragionevolmente garantire la conservazione del manufatto. Sono stati spesi già troppi soldi per fare e rifare cose, anche semplici panche e tavoli da pic nic devastati dall’incuria e dai distruttori di professione, mentre altre di maggior pregio, come i fontanili storici, erano del tutto abbandonate, perse di vista per assenza di prospettiva culturale. Attenzione, non è un invito all’immobilità, a lasciare tutto come ormai sta! Anzi, la speranza è proprio che – per restare sull’esempio – tutti i bivacchi e rifugi vengano ripuliti, rinnovati e messi in funzione nella maniera più adeguata. Una via da esplorare – si ripete – è quella del coinvolgimento, ricompensato in qualche forma, di partner associativi o eventualmente anche “profit”: il “rifugista”, seppure in altre realtà e con altro numero di passaggi a piedi, è d’altronde un mestiere.
            A concludere questo tema, va evidenziata la mancanza, fino a oggi, di un’azione che ora i sindaci dovranno non far mancare: la ripulitura dei “cocci”. Il monte è disseminato di pezzi di cemento derivanti dalla frantumazione, per il gelo o la pressione meccanica da parte delle stesse bestie, dei brutti abbeveratoi di qualche decennio fa; di pali e assi di legno, anche con chiodi sporgenti, frutto della già deprecata distruzione di tavoli e panche; di pericolosi tronconi di filo spinato residuo di recinzioni dismesse e perfino di interi tratti di recinzione di cui non si comprende più la funzione. Si tratta di materiali, ormai ridotti a rifiuto, ascrivibili alla gestione pubblica della montagna, innanzitutto tramite le concessioni sul pascolo, e che è quindi compito delle pubbliche amministrazioni rimuovere o far rimuovere, per l’incolumità dei frequentatori e per il loro appagamento estetico. Sarebbe un’operazione dovuta su qualunque pascolo, bosco, stradicciola; figuriamoci su pascoli, boschi e stradicciole all’interno di un parco!
            Potrebbero essere portati altri esempi di cose fatte male oppure fatte sperperando oppure non fatte e basta, ma chi deve ascoltare ha di certo ampiamente compreso il senso del discorso. L’auspicio, in definitiva, è che i sindaci coinvolti siano non quattro amici al bar che, dopo i primi proclami sempre facili a farsi, si raccontano le solite banalità e giocano al solito gioco di carte, ma quattro moschettieri dell’ambiente, della bellezza, di un’inedita ospitalità turistica. E questo a prescindere dalle persone che si trovano oggi a ricoprire la carica, tanto più che Assisi e Nocera andranno presto a elezioni: l’associazione dei quattro comuni è un progetto troppo importante per dipendere dal volere di una singola personalità o da colori politici. Con il loro nuovo patto, Assisi, Nocera, Spello e Valtopina hanno riaffermato la specificità del Subasio come territorio all’interno della Regione e s’indirizzano a ricomporre almeno in parte un tessuto geografico, antropologico, economico di antica ascendenza. È un’identità, ritrovata per aggregazione anziché per distinzione, capace di offrire, verosimilmente, anche un certo potere contrattuale, da utilizzare per il meglio di tutti i viventi – piante, animali, uomini – che sul sacro monte di cui parliamo sono radicati o sono solo di passaggio.

Damiano Frascarelli

Docente di Storia, Geografia, Lettere al Liceo "G. Marconi" di Foligno, è coinvolto in alcune realtà associative: Gilda degli Insegnanti, Accademia Properziana del Subasio, Club Alpino Italiano, Amici della Montagna di Assisi, Nobilissima Parte de Sopra.

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