27 Giugno 2021

Predicare bene, razzolare così così.

Francesco Lampone
Predicare bene, razzolare così così.

Digitando sul motore di ricerca internet semimonopolista le parole “Spirito di Assisi”, si è travolti da una cataratta di 2.500.000 risultati circa. Il primo che appare è un sito dedicato, promosso dalla “Provincia toscana di San Francesco stimmatizzato dei frati minori”, che consacra giustamente la sua apertura a rispondere alla domanda: cos’è lo spirito di Assisi?

La risposta riempie molte righe, ma già l’esordio racconta molto: “Il 27 Ottobre 1986, Papa Giovanni Paolo II ha realizzato un grande sogno invitando i rappresentanti delle varie religioni del mondo ad Assisi, perché si elevasse all’unico Dio, da tanti cuori e in diverse lingue, un solo canto di pace! L’invito è stato accettato da 70 rappresentanti delle principali religioni mondiali, che hanno condiviso insieme la speranza per un mondo migliore, rinnovato, profondamente fraterno e puramente umano. L’evento in sé portava un messaggio importante e cioè il desiderio di pace, condiviso da tutte le persone di buona volontà, tendendo ben fisso lo sguardo sulla situazione del mondo e il rapporto tra i vari popoli.” L’impatto mediatico, previsto e voluto, fu gigantesco. Lo fu anche l’impatto su Assisi, e non tanto in termini di flussi turistici quanto di colonizzazione del fantomatico immaginario collettivo. Spiega sempre il sito www.spiritodiassisi.it che “Giovanni Paolo II ha detto che ha scelto Assisi come luogo per questa giornata di preghiera per le particolarità e la santità del frate venerato nella Città. In tutto il mondo, infatti, Assisi è conosciuta come simbolo di pace, di riconciliazione e di fratellanza”.
L’ultima affermazione sconta una certa audacia, forse difficile da riconoscere ora per allora, ma piuttosto evidente per chi ha vissuto in Assisi – un’Assisi ben diversa da quella di oggi! – prima del 27 ottobre 1986. Ma poco conta: l’occasione era ghiotta, e la comunità tutta si è precipitata ad occhi chiusi in questa gabbia dorata nazionalpopolare straordinariamente attraente e profittevole, senza curarsi della parte di identità cittadina (pure così ricca e antica) per cui in quella gabbia non c’era spazio. Una parte che ora non solo non esiste più, ma è anche diventato scomodo ricordare.
Il resto è storia recente, e purtroppo poco varia. La retorica un po’ new age di Assisi città di pace, fratellanza e preghiera per tutti i popoli si è graniticamente installata, senza lasciarsi scalfire neppure dai noiosi scrupoli antirelativisti di Papa Benedetto XVI, e raramente manca di fare capolino in qualsivoglia discorso pubblico, meglio ancora quando su scala locale. Tanto questa retorica è consustanziale all’immagine dalla città da diventare ovvia, quasi invisibile, una sorta di clausola di stile utile a sorvegliare un territorio immateriale e inoffensivo affermando incessantemente i valori della pace, del dialogo e della preghiera ecumenica.
Esiste però anche un altro territorio, più concreto e meno innocuo, che è quello occupato da Assisi, dai suoi abitanti e dalla loro vita quotidiana. Le statistiche ufficiali raccontano che ormai da più decenni oltre il 10% dei residenti del comune di Assisi sono stranieri, ben pochi dei quali di fede cattolica. Ad essi si aggiunge un certo numero di abitanti non censiti, nelle medesime condizioni. Fra questa cospicua parte di popolazione con prevalenza femminile, che si trova per scelta o (ben più spesso) per bisogno a vivere al di fuori del proprio contesto culturale, le confessioni prevalenti sono, un po’ all’ingrosso e nella loro varietà, quella ortodossa e quella islamica. Ora, queste persone hanno tutte la fortuna di vivere in un luogo splendido, che fa della sua missione ecumenica di rispetto interreligioso e preghiera universale un vanto identitario. Curiosamente, non hanno però la fortuna corrispettiva di avere una propria chiesa in cui poter celebrare riti ortodossi, né una moschea dove prostrarsi verso la Mecca.
Facendo lo sforzo di restare in una prospettiva strettamente laica della vita civile, non a tutti ugualmente cara ma ribadita recentemente dal Presidente Mario Draghi, ci si avvede che un luogo di culto è (alla pari di strade, nettezza urbana, scuole materne, carceri e via elencando) un servizio essenziale per la popolazione, da intendersi nella sua variegata e non solo maggioritaria composizione.

Sarà il caso di rifletterci (collettivamente) su, fra un appello e l’altro alla concordia universale?

Francesco Lampone

Lavora come responsabile dell’Area Legale e Relazioni Internazionali dell’Università per Stranieri di Perugia. Si occupa occasionalmente, per passione, della storia di Assisi. Ha pubblicato per le edizioni Assisi Mia, in collaborazione con Maria Luisa Pacelli, il volume: Assisi: un viaggio letterario, dove si esplora l’identità cittadina attraverso lo sguardo di cento visitatori illustri.

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