08 Gennaio 2021

Sebastiani, il farmacista di Assisi complice di un tentato omicidio.

Mauro Civai
Sebastiani, il farmacista di Assisi complice di un tentato omicidio.
2° Puntata

Il Sebastiani in un primo momento rifiutò di compiere il servizio ma poi cedette alle insistenze dell’altro. Si procurò gli animali occorrenti, alla vipera tagliò il capo preventivamente e portò il vaso di vetro con le bestie a un contadino, di nome Maggiolini, residente nella campagna di Assisi, collocando la caraffa sul tetto della casa poderale, ben ancorato con dei mattoni, perché non cadesse e, più che altro, nessuno lo vedesse.
Dopo due mesi fece ritorno insieme al Baldini dal contadino al quale aveva dato ad intendere che stava preparando un rimedio per la lue celtica (la sifilide) e, utilizzando la strumentazione che si era portato appresso, provvide alla distillazione degli avanzi putrescenti delle bestie, ricavandone quattro fiale di preparato che divise con l’altro.
Lo speziale, nella sua deposizione, tenne comunque a precisare che per il lavoro aveva percepito solo un “paolo”, neppure in grado di compensargli le spese sostenute, ma più che altro di essersi piegato ad accettare l’incarico perché assolutamente certo che il liquido così ottenuto non avrebbe presentato nessuna pericolosità. Del resto era previsto nel patto tra i due che prima dell’utilizzazione finale il Sebastiani avrebbe dovuto testare il preteso veleno su un cane per verificarne l’efficacia, prova che non riuscì a fare perché, a suo dire, l’animale si sarebbe rifiutato di ingerire un boccone dall’odore tanto ributtante.
Il Bandini in un primo momento non aveva voluto rivelare a chi fosse diretto il veleno ma a seguito delle reiterate “sollecitazioni” degli inquisitori chiamò in causa il Chigi, riferendo di essere stato in qualche modo da lui costretto a ordire il bislacco progetto ai danni del Carandini. Non fu invece possibile conoscere la versione del principe di Farnese perché poco dopo l’arresto del lucchese, era tornato precipitosamente a Siena presso i figli e di lì aveva avviato una lunga peregrinazione per l’Europa, continuandosi ad occupare principalmente di letteratura come aveva fatto fino a quel momento.
A fare la prova del veleno provvide comunque il tribunale che riuscì a propinare la sostanza a una pecora e a un cane, che doveva questa volta essere di maggiore appetito, senza però che fosse prodotto a loro nessun danno, come aveva sostenuto il Sebastiani.
Buon gioco ebbe allora l’avvocato dei poveri, il bravo Carlo Luigi Costantini, difensore d’ufficio di Cagliostro oltre che dei nostri malcapitati, a sostenere che di ben curioso processo per veneficio si trattasse, laddove la vittima non aveva sofferto alcun danno, l’assassino non aveva avvelenato nessuno e il fabbricante aveva prodotto un veleno che non poteva nuocere a chicchessia se non offendendogli l’olfatto.
Mancava anche il movente perché il cardinale Carandini non seppe o non volle rivelare le ragioni per cui il Chigi avrebbe ordito un piano tanto complicato quanto diabolico ai suoi danni. Secondo i commentatori del tempo però le motivazioni all’odio reciproco non sarebbero mancate a nessuno dei due, anche di ordine personale perché il Carandini pareva essere stato amante della seconda moglie del principe, poi da lui ripudiata, ufficialmente perché non gli aveva dato eredi.
Ma le ragioni prevalenti erano di carattere politico e religioso. Sigismondo Chigi, nonostante i suoi alti incarichi in curia, era convintamente ostile alle gerarchie cattoliche, tanto che aveva approfittato della sua posizione di Custode del Conclave (incaricato cioè di tenere ben chiusi i cardinali fino all’elezione del nuovo pontefice) per dare vita, dopo quello del 1777 che era durato più di quattro mesi, a un libello in versi, anonimo ma dove l’autore era ben riconoscibile, contenente lazzi vari e prese in giro dei prelati, privati per così tanto tempo dei comodi e dei privilegi a cui erano avvezzi.
Il Chigi, inoltre, era vicino ai Gesuiti, presso i quali aveva studiato, a Siena, nel prestigioso Collegio Tolomei, il cui Ordine era stato recentemente soppresso, e che rientrati in gran parte a Roma da ogni luogo del mondo rappresentavano una mina vagante. Ed era con ogni probabilità legato alla Massoneria, già presente e attiva a Roma da molto tempo, anche se la sua posizione non gli consentiva certamente di farne professione.

La Congregazione, riunita nella sede della Segreteria di Stato, emise il suo severissimo verdetto il 25 febbraio del 1791. Il Bandini venne condannato alla detenzione a vita nelle galere (ad triremes perpetuas), intese come navi a remi, sotto stretta sorveglianza. Allo speziale Sebastiani vennero inferti tre anni di prigione, malgrado l’avvocato Costantini avesse invocato un caso analogo, capitato da poco a Ferrara, dove un altro farmacista, anche lui accusato di aver preparato un veleno innocuo, era stato praticamente assolto.
Al principe Chigi vennero requisiti beni e venne privato dei suoi incarichi. Sia gli uni che gli altri verranno comunque restituiti dopo poco tempo da sua Santità al figlio primogenito Agostino, anche per la morte del padre, avvenuta nel 1793 a Padova. Il giovane dopo poco tempo ancora sposerà Amalia Barberini, mentre le figlie si erano già sistemate assai convenientemente, Donna Virginia con un nobile Grimani di Venezia mentre Donna Eleonora era stata impalmata da Don Filippo Caetani, principe di Teano.
L’opinione di molti, al tempo e nel successivo XIX secolo, ravvisò per lo più la tesi di un complotto, anche piuttosto sgangherato, delle gerarchie vaticane ai danni di un avversario politico, diverso da Cagliostro, ma ugualmente pericoloso, volto a offrire un esempio e un monito ai numerosi dissidenti che brulicavano a Roma. In questo senso va un’ampia trattazione pubblicata dal giornalista e scrittore Alessandro Ademollo, nel 1881, sulla Nuova Antologia, dove è pubblicata gran parte delle numerose carte di un processo che fu tutt’altro che sommario, insieme ai commenti rilasciati da numerosi osservatori, fra cui i rappresentanti diplomatici a Roma del Ducato di Lucca e del Granducato di Toscana che relazionarono ai rispettivi governi sulle vicende occorse a loro connazionali.
In tempi meno remoti altri ricercatori hanno deviato verso convinzioni più colpevoliste, corroborate dall’immediato auto allontanamento da Roma del Chigi senza nessun tentativo di difendere le sue ragioni e la sua prolungata latitanza che secondo questi interpreti rivelerebbe una piena ammissione di colpa.

Mauro Civai
Mauro Civai

Mauro Civai è nato a Siena. È stato direttore del Museo Civico senese per quasi 30 anni. Ha scritto libri sulla storia e l'arte di Siena e del suo Palio. È stato Priore della sua contrada per 6 anni.

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