07 Gennaio 2021

Sebastiani, il farmacista di Assisi complice di un tentato omicidio.

Mauro Civai
Sebastiani, il farmacista di Assisi complice di un tentato omicidio.
1° Puntata

Vi proponiamo il racconto che il letterato e storico Mauro Civai ha scritto per Assisi Mia. Una vicenda vera, accaduta che pubblichiamo in due puntate, oggi e domani.

Se l’anno 1789, con la grande Rivoluzione, vide esplodere a Parigi tensioni e aspettative a lungo covate in tutta Europa con esiti che andarono certamente molto oltre ogni sia pur fantasiosa previsione, Roma non fu certo risparmiata dal vento impetuoso della storia. La Città eterna era stretta da tempo nella densa cappa curiale, assai vigile nel contrastare qualsiasi ipotesi, diciamo così, democratica ma assisteva, d’altra parte, a una cospicua circolazione di idee spesso innovative, condotte da personaggi più o meno rilevanti provenienti da ogni dove, per lo più accomunati da frequentazioni mistiche assai lontane dall’ortodossia.
L’occhiuta polizia papalina fu pertanto molto attiva nell’assicurare al Santo Uffizio rei indiziati di ogni genere di colpa, e principalmente del reato ritenuto più grave: l’eresia, che si trasformava inevitabilmente in delitto di lesa maestà, essendo venuta meno, in quel caso, la dovuta obbedienza al Santo Padre. E non pochi furono i processi che, come ai nostri tempi, destarono vasta, anche morbosa, curiosità popolare, dividendo peraltro il pubblico tra innocentisti e colpevolisti.
Un’eco particolarmente fragorosa ebbe il processo intentato al misterioso conte Cagliostro, alias Giuseppe Balsamo, un personaggio continuamente oscillante tra il ruolo di astuto farabutto e la fama di guaritore infallibile, ora perfido falsario ora mistico, filosofo e precursore della Grande Rivoluzione a cui avrebbe fornito il motto “Libertè, egalitè, fraternitè”. La sua complessa figura destò l’interesse di esegeti illustri come Dumas e Tolstoj, mentre lo stesso Goethe, nel suo viaggio in Italia, aveva fatto tappa a Palermo per conoscere, attraverso i familiari, la sua reale storia.
Cagliostro fu arrestato il 27 dicembre 1789, insieme ad alcuni adepti della sua loggia massonica di rito egizio, e incarcerato a Castel Sant’Angelo sotto stretta sorveglianza. Dopo una lunga istruttoria fu condotto davanti ai giudici della apposita Congregazione cardinalizia, e infine condannato a morte, malgrado avesse espresso una completa e commossa abiura delle convinzioni fin lì detenute. La pena peraltro non fu eseguita e commutata da Pio VI in carcere duro a vita, nelle tetre celle della Rocca di San Leo. Il dibattimento, protrattosi per quasi un anno, fu seguito con interesse in tutta Europa specialmente dall’onda montante dei “progressisti” che non mancarono di stigmatizzare l’oscurantista repressione vaticana.
Ma contemporaneamente a quello ai danni di Cagliostro, si tenne un secondo processo che ebbe una risonanza non minore. Nel corso dello stesso anno 1790 il cardinale Filippo Carandini, prefetto della Congregazione del Buon Governo, depositò una denuncia contro Sigismondo Chigi Albani Della Rovere, IV principe di Farnese, Maresciallo di Santa Romana Chiesa e Custode del Conclave. Il cardinale avanzava la fondata (secondo lui) ipotesi che il principe avesse assoldato un sicario il quale, dopo una elaborata macchinazione, avrebbe dovuto propinargli del veleno, probabilmente la temibile “acquetta di Perugia” o “acqua tofana”, micidiale preparato a base di arsenico, tristemente noto per l’uso assai frequente che se ne faceva al tempo, principalmente ad opera di mogli contro mariti fedifraghi o comunque indesiderati.
A seguito della querela, il 28 agosto venne arrestato tale Sigismondo Baldini, lucchese, appena rientrato a Roma da Perugia, nel cui bagaglio vennero rinvenute due “caraffine” contenenti un liquido incolore. Il Baldini dichiarò che nei contenitori si trovava una sostanza venefica, acquistata presso lo speziale di Assisi Cesare Sebastiani.
L’aspirante avvelenatore si trovava a Roma da circa un anno, dichiarava di svolgere mansioni di domestico ma risultava piuttosto attivo in commerci illeciti e altri espedienti. Per l’appunto prima di stabilirsi a Roma aveva condotto un’attività commerciale a Perugia insieme ad un socio, di nome Sarti, che l’avrebbe presto raggirato fuggendo ad Assisi con tutti i denari. Il Baldini l’avrebbe raggiunto nella città di San Francesco per recuperare la sua parte senza successo e in tale occasione avrebbe conosciuto l’aromatario Sebastiani.
Alcuni inquisitori si recarono a questo punto ad Assisi per interrogare il farmacista, che venne arrestato. Alle sollecitazioni degli investigatori rivelò di essere stato contattato nel giugno dal Baldini e di aver ricevuto l’incarico di fabbricare il veleno sulla base di una strana ricetta fornita direttamente dal committente e così descritta: “Si prendono due rospi nel Sol Leone, vipere, scorpioni e altro…Si pongono in vaso di vetro ben chiuso che si pone al sole finche si mordono, si arrabbiano e si ammazzano. Subito morti si pongono in un vaso col suo lambicco di vetro ben chiuso e quelle gocciole che emergono chiare si mettono in un bocce ben chiuse.”

Mauro Civai
Mauro Civai

Mauro Civai è nato a Siena. È stato direttore del Museo Civico senese per quasi 30 anni. Ha scritto libri sulla storia e l'arte di Siena e del suo Palio. È stato Priore della sua contrada per 6 anni.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]