08 Novembre 2020

La domenica della buona gente

Francesco Lampone
La domenica della buona gente

“La domenica della buona gente” è un film del 1953 di Anton Giulio Majano, regista destinato a maggior gloria per i successivi sceneggiati in tv. Facendo perno su una partita di calcio Roma / Napoli, la pellicola dipana le storie di persone qualunque: disoccupati, pensionati, lavoratori, le cui vicende acquistano senso e significato anche e soprattutto nella cornice domenicale. È una domenica di quasi settanta anni fa, certo, ma molto simile a quelle che l’hanno seguita per molti decenni: una domenica in cui “la buona gente” non lavora né fa compere, ma si riposa e si distrae dopo sei giorni di lavoro.
Per incrinare profondamente questo assetto plurimillenario è bastato, nel 2012, un accesso di liberalismo del governo Monti, che spalancò la porta già socchiusa dal meno sospettabile governo Bersani qualche anno prima. Il sacrosanto riposo settimanale dei lavoratori rimase intatto, beninteso, ma una parte del loro tempo e, meglio ancora, del loro denaro, fu precettata per ridare slancio al commercio italiano riempiendo, preferibilmente, i centri commerciali. Il seguito, che ci ha omologato alla modernità di esempi internazionali pretesamente irresistibili, è noto a tutti. L’illusorietà dello slancio apparve presto evidente, ma il tabù era spezzato e indietro non si tornò.

Ad Assisi, per verità, i commercianti avevano giocato d’anticipo già da molto prima, utilizzando ogni mezzo lecito (e meno lecito) per restare aperti non anche, ma soprattutto durante domeniche e festivi, quando cioè il famigerato turista mordi e fuggi dà il meglio e il peggio di sé. Ma una cosa è essere un’eccezione, e un’altra è confondersi nella regola, e così anche gli assisani solo dal 2012 diventano allegri consumatori domenicali.
Tutto sembra destinato a sfidare l’eternità finché arriva il Covid. Prima il duro confinamento nazionale di questa primavera, che stramazza i negozianti assisani in una stagione decisiva; poi il morbido confinamento regionale recente, che inopinatamente però ripristina la chiusura domenicale del commercio in Umbria, con ovvie conseguenze punitive per Assisi che le poco convinte proteste di categoria non riescono a scongiurare.

Ed eccoci allora al nostro presente, la cui complessità si è colpevolmente sottratta alle categorie di analisi all’ingrosso fin qui adottate. Si parla di negozianti ad Assisi e si pensa a vacche grasse, che ci sono certamente: alcune così grasse da nascondere le vacche magre, consumate dal lavoro, dall’affitto da pagare, dalla merce invenduta, dalle rate del prestito bancario, dalla concorrenza che incalza. Fra chi tira i remi in barca e chi invece pian piano affonda, c’è chi sta in mezzo e tira solamente a galleggiare. Servirebbe distinguere, invocano alcuni: ma nella notte del Covid tutti i gatti, neri e bianchi, hanno per adesso lo stesso colore.
Rimangono, al netto delle legittime e rispettabili preoccupazioni di tutti, queste curiose domeniche assisane a serrande abbassate, in cui volenti o nolenti alcuni forzati del registratore di cassa e più numerose, corrispettive schiere di consumatori compulsivi, sono costretti a confrontarsi con le opportunità di un tempo libero collettivamente obbligatorio, di cui avevano dimenticato quasi tutto (se mai lo avevano conosciuto), e nelle cui pieghe man mano più larghe magari riscoprono piaceri abbandonati.
È una cosa che finirà presto, certo, e forse nessuno la rimpiangerà davvero. Eppure, anche ad applicarsi solo un poco, c’è molto da capire e da imparare. Se è vero che le fregature sono quasi sempre travestite da occasioni, vale spesso anche l’inverso. All’epoca, qualche noioso detrattore di questa che può forse considerarsi la madre di tutte le liberalizzazioni, deprecò invano la cancellazione del confine tra tempo sacro e tempo profano. Posto che la questione è certamente complessa e difficile, e così imbricata sistemicamente da rendere tendenzialmente suicida ogni iniziativa parziale o unilaterale, non varrebbe comunque la pena di ricominciare a pensarci su? Magari tenendo presente che, senza scomodare per forza la trascendenza (che comunque ad Assisi vanta maggiori diritti che altrove), esiste anche una sacralità laica del tempo senza lavoro che l’astensione dal consumo permette, se non di raggiungere, almeno di approssimare. Per la “buona gente” di Assisi potrebbe essere un piccolo passo verso una vita migliore.

Francesco Lampone
Francesco Lampone

Lavora come responsabile dell’Area Legale e Relazioni Internazionali dell’Università per Stranieri di Perugia. Si occupa occasionalmente, per passione, della storia di Assisi. Ha pubblicato per le edizioni Assisi Mia, in collaborazione con Maria Luisa Pacelli, il volume: Assisi: un viaggio letterario, dove si esplora l’identità cittadina attraverso lo sguardo di cento visitatori illustri.

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