13 Settembre 2020

Lo scandalo dell’elemosina

Paolo Mirti
Lo scandalo dell’elemosina

Se osservate attentamente nel ciclo degli affreschi giotteschi sulla vita di Francesco la rappresentazione della rinuncia agli averi, con il santo che si spoglia dei propri abiti di fronte al Vescovo ed a uno sbigottito Bernardone vi accorgerete che i bambini che guardano la scena nascondono dei sassi nelle pieghe dei loro vestiti pronti evidentemente a scagliarli contro il futuro santo. Era questo del resto il trattamento riservato a coloro che nella mentalità comune venivano considerati pazzi o ritardati mentali.

Ricordare questo tratto “eversivo” della personalità di Francesco, questo suo muoversi in direzione ostinata e contraria nei confronti dello spirito del tempo, significa non soltanto rispettare la memoria storica ma vuol dire anche e soprattutto conservare la purezza originaria del suo messaggio umano e religioso. Quello che infatti spaventava nella sua scelta così radicale era la rinuncia al quieto vivere, la forza di rinunciare alle appaganti certezze delle consuetudini sociali ed ai privilegi della propria condizione economica per abbracciare l’incertezza e la dimensione itinerante di una vocazione autentica ed assoluta. Francesco decise che l’unica sua missione sarebbe stata quella di replicare la povertà assoluta della vita di Cristo. Nessun luogo confortevole per la preghiera, nessun riparo nel quale esercitare un’attività lavorativa a beneficio della comunità, nessun pulpito dal quale trasmettere la propria sapienza e cultura. Solo i pericoli e la precarietà di una vita itinerante ed in costante cammino sembravano interessarlo, era quella per lui l’unica strada per testimoniare un’esperienza cristiana concepita senza filtri nè mediazioni. In fondo fu proprio questo il senso più autentico della predica agli uccelli di Francesco d’Assisi raccontata da Tommaso da Celano prima che da Bonaventura da Bagnoregio. Gli uccelli (a differenza di quanto sostenuto in tante stucchevoli interpretazioni successive) simboleggiavano in realtà gli strati sociali della popolazione: contadini, lavoratori manuali, poveri. A loro Francesco ricordava il contenuto del messaggio evangelico: fate come gli uccelli che non mietono e non seminano ma che vivono lo stesso, vagando liberi nel cielo e confidando interamente nella provvidenza divina.

In altre parole San Francesco predicava ai suoi seguaci di vivere praticando l’elemosina e confidando con gioia e speranza nella generosità dei fratelli. Questo non significava naturalmente che dovessero vivere nella contemplazione. Potevano e dovevano aiutare concretamente con la propria opera tutti coloro che incontravano nel proprio cammino ma senza pretendere in cambio nulla di diverso e di più del cibo e dell’elemosina che avrebbero ricevuto da loro.

L’elemosina rappresenta quindi uno degli elementi fondanti dell’esperienza francescana perché teneva i Minori lontani dalle lusinghe della proprietà e li spronava all’umiltà. Pretendere di cancellarla con un tratto di penna dai luoghi francescani rappresenta un vero tradimento perché lo spirito di Assisi può esistere solo nella misura in cui sia capace di restituire il senso più autentico del messaggio di Francesco, solo se saprà essere fonte di scandalo ed inquietudine e non solo di consolazione. Per questo mi unisco all’appello del direttore di Assisi Mia Carlo Cianetti chiedendo al Sindaco di Assisi di revocare la deliberazione adottata dalla precedente Giunta con la quale si vietava l’elemosina nei pressi delle Chiese di Assisi.

La sicurezza, diritto essenziale dei cittadini, in questo caso c’entra davvero poco. Qui si tratta soltanto di invertire quella tendenza culturale e politica prima ancora che religiosa che ha caratterizzato l’Assisi di questi anni e che ha portato a scegliere solo quello che ci piace e ci rassicura dell’insegnamento di Francesco. La tendenza cioè a privilegiare il Francesco a favore di telecamera, quello che ama l’ambiente, protegge gli animali ed ispira i grandi artisti e nascondendo accuratamente invece il Francesco scomodo e politicamente scorretto, quello che abbraccia i lebbrosi e testimonia un diverso ordine di valori economici e sociali.
Togliamo allora il divieto di chiedere elemosine vicino alle nostre Chiese. Torniamo a fare i conti con quell’emarginazione e marginalità dalle quali è nata l’esperienza francescana. Nessuno di noi si illude di sconfiggere la povertà. Tuttavia ad Assisi, più che in qualsiasi altro luogo, abbiamo almeno l’obbligo di non dimenticarla né nasconderla.

Paolo Mirti
Paolo Mirti

Giornalista pubblicista è dirigente dell’area cultura del Comune di Senigallia. Nel 2007 ha pubblicato per Giuntina Editrice il romanzo storico “La Società delle Mandorle”. Nel 2016 ha curato per la Claudio Ciabochi editore la guida Assisi nascosta, camminando per la città di San Francesco.

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