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Le Storie di Assisi

Il deserto dei Tartari

Il deserto dei Tartari

24 Luglio 2020

di Francesco Lampone

Sarebbe bello poter dire che, da qualche mese, su queste pagine (virtuali) ferve un dibattito sul presente e, meglio ancora, sul futuro di Assisi. Sarebbe bello, ma non sarebbe vero.
Un dibattito infatti presuppone delle posizioni più o meno contrapposte: altrimenti detto, per usare una parola aborrita dalla contemporaneità del pensiero unico e del politicamente corretto, presuppone una quota parte di conflitto. Conflitto di pensiero, evidentemente, e augurabilmente civile e non inconciliabile, ma pur sempre conflitto.
Nella bella qualità di opinioni che Assisi Mia ha lodevolmente ospitato sul tema sopra evocato – tema capitale: il presente e l’avvenire di una comunità, nientedimeno! – si riscontra una certa varietà di approcci, con prevalenza delle questioni (tutt’altro che impermeabili fra loro) dell’urbanistica e del turismo. E sempre affiora poi il disagio profondo, benché diversamente declinato a seconda del dato generazionale, di una collettività che terrebbe a conservare ciò che resta dei propri tradizionali diritti identitari sul luogo di appartenenza, ma che al contempo ha anche interesse a mercificare quel luogo per trarne benessere e profitto, e non riesce più a trovare un equilibrio sostenibile fra questi due poli.
Ecco, in potenza, il conflitto che cercavamo. Di più: ecco – pensando alla storia recente di Assisi – la madre di tutti conflitti: da un lato i valori identitari della comunità (che si addensano attorno ad alcuni nodi simbolici: fra gli altri il Calendimaggio per Assisi centro, l’orgoglio campanilistico per le frazioni, per tutti francescanesimo e paesaggio); dall’altro l’irrefrenabile pulsione a convertire questi stessi valori in merce.
L’operazione è stata per lunghi decenni apparentemente indolore e straordinariamente efficace sul piano economico: per tutto questo tempo la comunità si è complessivamente illusa di poter, per così dire, vendersi l’anima senza perciò perderla davvero. Botte piena e moglie ubriaca. Capra e cavoli. Illusione traballante ma credibile finché il terremoto del ’97 ha presentato il conto, facendo da volano ad una accelerazione inattesa della mercificazione di Assisi, che intanto finiva di spopolarsi.

Ed eccoci al presente, quel presente cui il COVID ha imposto una fastidiosa pausa e che nel frattempo le intelligenze di Assisi Mia si ingegnano a smontare e rimontare, per provare a immaginare un futuro migliore per la loro città. Si è detto sopra di una certa varietà di approcci, ed è vero, ma ci sono anche delle interessanti costanti, fra cui – in sottofondo – quella mistica della città e della sua missione universale che il podestà Fortini ha solidamente installato, facendo dei suoi concittadini di Assisi altrettanti sacerdoti di un sotterraneo culto neppure troppo laico, perché sapientemente intrecciato con il francescanesimo. Più o meno costanti sono anche i bersagli critici: il turismo mordi e fuggi, i B&B proliferanti, il traffico invadente, la speculazione edilizia, la cultura latitante, le amministrazioni disattente o devastatrici, il clero interessato ed estraneo alle sorti cittadine…
C’è però una costante più costante di tutte le altre: come ne “Il Deserto dei Tartari”, il nemico è conosciuto, atteso, temuto, criticato, evocato, ma non compare mai, non si appalesa, non combatte. Mai una replica, un contrattacco, uno scatto d’orgoglio o soltanto di fastidio. Un muro di gomma, cui non è estranea la citata mistica fortiniana che ispira e alimenta i ricorrenti appelli all’unione sacra degli assisani. Ce n’è di che scoraggiarsi. O di che rincarare la dose? Magari, come nel romanzo di Dino Buzzati, è solo questione di perseveranza, alla fine si riesce a stanare l’avversario. Ricordando sempre che non siamo tutti nella stessa barca, ma solo nella stessa tempesta.

Il deserto dei Tartari

di Francesco Lampone

Pubblicato in data 24 Luglio 2020