Luigi Salvatorelli è una delle più brillanti figure del giornalismo italiano, non solo dell’ultimo, ma anche del primo dopoguerra, almeno fino a che la stretta autoritaria del regime fascista non lo costringe ad abbandonare la pubblicistica. È questa però l’occasione per Salvatorelli di dar fondo al suo talento di scrittore di storia, con una particolare attenzione al tema religioso che si esprime, fra l’altro, con la pubblicazione nel 1926 di una “Vita di San Francesco d’Assisi”, le cui prime pagine contengono una descrizione pittoricamente ispirata del paesaggio che si gode dalla città, cui lo scrittore era legato anche da vincoli familiari.
La costruzione della città a scaglioni lascia libero il prospetto quasi ad ogni casa; le piazze e i ripiani frequenti agevolano le soste e le viste; e gli stessi vicoli, che da un ripiano all’altro prendono d’infilata la valle, si offrono come canocchiali. Tutto induce, e quasi sforza, colla mite complicità del silenzio cittadino, a guardare il paesaggio; e dallo sguardo sorge ben presto la contemplazione estatica. Si stende innanzi una pianura ampia, di un verde tenue, sfumante lontano nel turchino cupo dei monti e nell’azzurro chiaro del cielo. A sinistra, fra le ultime falde verdi del Subasio e la collina opposta di Montefalco, la pianura s’ingolfa e si perde oltre Foligno, come un braccio di mare: e più forte è la somiglianza per il frequente velo di nebbia fluttuante sopra. A destra, oltre i colli di Perugia, è la fuga dei monti intorno al Trasimeno, in uno sfondo infinito: girando lo sguardo più verso occidente, si scoprono, lontano lontano, le vette azzurrine del Cetona e dell’Amiata. Di fronte, si stendono le alture da Bettona a Montefalco (tratto nord-orientale del rilievo dividente la vallata spoletana dalla tiberina), dietro le quali arrotondano i loro fianchi i monti verso Collazzone e, più alti e sfumati nella lontananza, i Monti Martani. Nella vista da Assisi, quelle alture sono la nota dominante.
Allungatissime, di modesta elevazione, a prima vista uniformi, domina in loro la linea orizzontale umbra, e nessun fulgore di colori ne avviva la massa grigio-azzurrina. Ma nelle mille sinuosità lievissime la luce di un cielo per lo più dolcemente velato penetra e avvolge, suscitando contrasti e sbattimenti tenuissimi ed infiniti, che si fondono tutti nel tono generale del paesaggio. È un tono dimesso e luminoso, lieve e potente, di dolcezza austera e di forza tranquilla. Colore e linee vi si fondono senza scomparire, in una lenta continua oscillazione di luce e d’ombra; e tutte le cose comunicano fra loro e collo spirito di chi guarda, in una mistica unità.
Accade talvolta, in un sereno pomeriggio autunnale, calante già il sole al tramonto, che su questa assorta contemplazione arrivi il rintocco lento, solenne, oscillante indefinitamente della campana di San Francesco; vicinissima, e che pur sembra risonare da una misteriosa lontananza, direttamente dal cielo. Suono e visione, l’uno nell’altra, rapiscono lo spirito: non si guarda più e non si ascolta; il tempo si annulla, e un attimo vale un secolo. Per quell’attimo, Assisi è il vestibolo dell’eternità.
Tratto dalla Pubblicazione “Assisi un Viaggio letterario” a cura di Francesco Lampone e Maria Luisa Pacelli
Edito da Assisi Mia.
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