08 Maggio 2020

Le Scene di Parte: iperbole popolare o filologia storica?

Paolo Mirti
Le Scene di Parte: iperbole popolare o filologia storica?

Tra tutti i meccanismi di composizione artistica il processo di scrittura delle scene di parte è sicuramente uno dei più originali.
Già soltanto rispondere alla domanda classica che in questi casi lo scrittore deve porsi, qual è il pubblico al quale mi rivolgo?, diventa molto complicato se non impossibile.
È fuori strada infatti chi pensa che si scriva per la giuria, per ottenere cioè il massimo gradimento da parte degli esponenti del mondo dello spettacolo chiamati a valutare il testo e la recitazione. No, le scene non si scrivono per raccontare una storia ma per rappresentare una parte.

Il procedimento con il quale si arriva ad approvare un soggetto di scene e la relativa sceneggiatura è complicatissimo (o almeno lo era per quelli della nostra generazione). Mentre il testo di un aspirante scrittore o sceneggiatore cinematografica viene giudicato da un ristretto nucleo di esperti del settore, la sceneggiatura a Calendimaggio viene passata al setaccio da un gruppo di persone senza una particolare frequentazione con la letteratura ma tutte estremamente attente ed esigenti. Una sorta di democrazia creativa o narrazione partecipata che non ha molti eguali nelle esperienze delle società avanzate.
Qui il dato più che culturale diventa antropologico e così nello scrivere più sarai in grado di recepire questa o quella indicazione proveniente dal gruppo (facendolo diventare un progetto condiviso) maggiori possibilità avrai di vedertelo approvare. Un modo oltre che per affinare la tua versatilità di scrittura anche per comprendere meglio la psicologia delle persone.
E poi c’è la questione cruciale: che rapporto ci deve essere tra narrazione e rigore storico? In altre parole: per la buona riuscita delle scene di parte si deve partire da una precisa scelta di ricostruzione di un aspetto della vita medievale, dalla quale articolare poi un canovaccio di racconto funzionale a questa, oppure la scintilla creativa deve sempre cominciare da un’invenzione alla quale la sia pur accurata ricerca storica deve necessariamente adeguarsi?
Anche qui non esistono regola certe. Il buon senso fa pensare che tutto debba partire da un’immagine, anche iperbolica e grottesca, che l’intera parte possa riconoscere come originale fonte narrativa e quindi mobilitarsi per rappresentarla. L’esempio di scuola che ricorre nelle nostre cene di reduci è quello delle scene 1990 nate da una semplice visione evocata attraverso una semplice domanda: ”ma te immagina se Ermanno se fa frate”. Attorno ad un’immagine così grottesca da mondo capovolto (ricordo come protagonista di quell’edizione uno straordinario Marcello Filippucci nei panni del frate) il popolo della parte poteva ritrovarsi e le parole e le ricostruzioni storiche a quel punto dovevano soltanto mettersi al servizio dell’idea. Rafforzare il senso di appartenenza di uno spicchio di popolo: ecco l’ambiziosa sfida e la meravigliosa avventura della scrittura delle scene di Calendimaggio.

Paolo Mirti
Paolo Mirti

Giornalista pubblicista è dirigente dell’area cultura del Comune di Senigallia. Nel 2007 ha pubblicato per Giuntina Editrice il romanzo storico “La Società delle Mandorle”. Nel 2016 ha curato per la Claudio Ciabochi editore la guida Assisi nascosta, camminando per la città di San Francesco.

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