L’amministratore delegato di Banca Intesa Carlo Messina si rivolge agli italiani più ricchi, quelli che hanno anche tanto denaro all’estero, gli chiede di far rientrare quei soldi ed evitare di prenderne a prestito altri a tassi agevolati. Aggiunge Messina, quei finanziamenti lasciamoli a chi ne ha davvero bisogno.
Il Papa dice che “non saremo giudicati per il lusso o i viaggi che facciamo o l‘importanza sociale che avremo. Saremo giudicati per il nostro rapporto con i poveri. E questo non è fare il comunista, questo è il centro del Vangelo: noi saremo giudicati su questo”.
Una cara persona mi confida al telefono la sua paura del futuro, l’oppressione della solitudine, il vuoto. Ecco, soprattutto il senso del vuoto.
Il vuoto è obiettivo di tutte le filosofie orientali, è la luce che purifica dopo la riconquista di una dimensione originaria. I buddisti la chiamano illuminazione.
Francesco di Assisi dedica tutta la sua vita dopo la conversione a ricercare il vuoto: “quando un’anima non trova più i suoi piaceri è inevitabile che la carne e il sangue esigano quello che è loro proprio. E così lo spirito animalesco maschera di necessità la circostanza, poi l’istinto carnale forma la coscienza.” E’ il vuoto della materia, quello che invoca il Santo e che noi chiamiamo povertà.
La povertà sarà nostra compagna di viaggio nei prossimi mesi: chi direttamente chi indirettamente, dovrà annusare l’odore, il sapore, il morso della povertà. Non avremo perso tempo se riusciremo a prepararci al prossimo bagno di povertà, che per i più o meno ricchi sarà cessione di parte delle proprie ricchezze. Sarà versare un po’ di soldi per i più bisognosi: i cristiani la chiamano “carità”, per i politici e la “patrimoniale”.
Quindi, la paura del futuro è paura della povertà? Goffredo Parise scriveva così 45 anni fa sul Corsera.
“Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.”