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Le Storie di Assisi

Un Assisano a Stoccolma 2

Un Assisano a Stoccolma 2

05 Aprile 2020

di Giacomo Buzzao

27 Marzo
Le videochiamate piano piano si allargano. Nuovi non-millennials non-nativi digitali imparano a rispondere su Messenger. Ieri c’erano pure i parenti di Senigallia, di Bibione. Nello spazio digitale la tavola si allunga all’infinito. Si ricostruiscono alberi genealogici per scoprire parentele dimenticate. Non mi sorprenderebbe se a breve il rituale si espandesse oltroceano. C’è gioia sui volti dei genitori-nonni-zii che osservano i figli-nipoti. Un po’ la noia, un po’ l’amore incondizionato. Penso che sia una bella cosa. Almeno mi sento utile qui in purgatorio. “Ma mangiate sempre riso e pollo al curry?”. Cucina Davide, io lavo i piatti. Che volete?

29 Marzo
Scrivo, non studio, non lavoro. Però leggo. Scrollo, sfoglio, clicco, linko, rispondo, posto. Sono iper-passivo, cioè iper-attivo ma seduto. Bulimico di scenari sul futuro. Voglio sapere a cosa somiglierà. Sono cambi epocali che vanno vissuti. Europa si, Europa no. Ma ‘sti bond? Ma possibile? Maledetto Lutero.
Che non paghino gli ultimi. Che siano giustizia sociale ed ecologia a guidare la ricostruzione. Che basta privatizzazioni. Che basta la Silicon Valley e la disruption. Questo è ciò che spero.
Che tanto non la dominiamo ‘sta natura. Rallentiamo. Ma quale carriera? Ma quale successo? Ma “do’ volemo anna’”? Bisognerà capirlo prima di ricominciare a testa bassa. Ciò che conta. Equità e solidarietà. Poi il resto.
Comunque questa settimana ho corso per un’ora al giorno; mi sento libero come un cane da caccia la domenica alle 5 di mattina. Povera bestia. Tra l’altro.

31 Marzo
Il weekend sono uscito. Le misure di social-distancing sembrerebbero funzionare. I mezzi pubblici a pieno regime: nel bus si entra solo da dietro e non ci si può sedere vicino. Così come al ristorante.
Ieri ho conosciuto Lisa. Sulla terrazza di un Café a Medborgarplatsen. La primavera è disertrice; del Covid poco le importa e i peschi in fiore di Kungsträdgården fanno già da sfondo agli scatti di legioni di selfienomani. Era relativamente caldo: sufficiente da giustificare le pose lucertolose di taluni che in carenza cronica, volevano fare scorta di serotonina. Il sole, io lo do per scontato.
Lisa mi ha raccontato che è una costumista per l’Opera. É di Göteborg, ma ha comprato casa a Södermalm. Quando finirà la pandemia si stabilirà qui, dice. Ha 27 anni e voglia di mettere le radici. I nordici che comprano casa nella “post-adolescenza” mi hanno sempre fatto specie. Mi ha spiegato che non è “particolarmente privilegiata”. É la norma. Allora ho pensato a me e ai coetanei ad Assisi che a malapena ci permettiamo un affitto. Ho detto a Lisa che sarà la mia finestra sulla situazione svedese. “Condividi la scelta del governo?”, le ho chiesto. Dice che si fida delle istituzioni, ma ha comunque paura. Su The Local, ho letto che c’è ambiguità nella comunicazione tra autorità-cittadini/autorità-comunità scientifica. La sua risposta me lo ha confermato.
Ho la sensazione che le cose cambieranno. Spero di incontrare Lisa presto. Sapere come sta sua nonna. Ha 93 anni, si è chiusa in casa. Ha fatto scorte di cibo per mesi ed usa guanti monouso pure dentro casa. Si arrabbia con suo figlio, medico, che invece la prende alla leggera. Lisa la va a trovare tutti i giorni, parlano dalla buca delle lettere.

2 Aprile
Questa mattina ho aperto Facebook: la Svezia è diventata caso di studio. Sotto i riflettori della politica mondiale. Duemila accademici chiedono misure più stringenti. Altri epidemiologi invitano alla calma. Ho letto il leggibile: i casi crescono; l’isolamento delle fasce a rischio e la responsabilizzazione senza imperativismo potrebbe non bastare. Nel dibattito pubblico si instaura il dubbio.
“Ogni Svedese ha la responsabilità di proteggere se stesso allo scopo di proteggere gli altri” ha detto Löfven. La metafora che usa la politica è quella della Tempesta. Penso sia un’ottima scelta. Intanto le scuole restano aperte. Anche gli asili, per limitare disagi a chi continua a lavorare. Sotto casa nostra ce n’è uno. Uno sciame di piccoli omini Michelin rigorosamente in tuta da sci. Sono tutti bellissimi ‘sti svedesi.
Nel mentre mi sono accorto dell’importanza di saper organizzare le giornate. E di vivere nel presente. Dell’ordine e delle routine. Il segreto sta nel metodo. Capisco ma non applico. E allora annego nello spleen post-capitalista dell’improduttività. Il virus è mentale: io che vivo patologicamente di futuro e di proiezioni, che scivolo sul presente, sono un motore ingolfato in questa pandemia. Ho bisogno di un dopo, per vivere ora.

4 Aprile
Ieri sera ho visto Lisa: abbiamo parlato di giustizia sociale e del modello di governance nordico: è affascinante. Ma è molto meno socialista di come venga idealizzato. E i tagli li hanno fatti anche loro. In zona fiera hanno allestito un ospedale militare. I posti in terapia intensiva scarseggiano anche nel paradiso del Welfare. Ma si stanno preparando. Hanno fatto i loro calcoli. Penso: non è tutto oro quel che luccica (Ah, la saggezza popolare!)
Il contratto sociale in Svezia è basato su grandi dosi di fiducia reciproca. E Lo respiri. “Guarda che se attraversi le strisce pedonali col rosso, Domenica alle 3 del mattino, quando neanche i fornai hanno iniziato le consegne, il governo ti vuole bene comunque eh”, vorrei dire loro. Invece no, paralizzati davanti alla luce. In generale, l’urbanistica, il design, mi sembra un richiamo all’autocontrollo al self-mangement. La prossima volta rubo il pollo al supermercato, così imparano a mettere le barriere.
Ora sono nella zona vicino a Centralen per una passeggiata notturna, c’è un diner-kebabbaro-hamburgeria. Dei ricordi che non sono i miei ma che avrò rubato da qualche film, mi fanno sentire a casa. Che non so tanto dove sia. Però mi ci sento. Un po’ di nostalgia delle periferie Parigine, o di una qualche normalità che devo aver vissuto.

Ma niente Kebab per oggi, preferisco una Fika* più tardi.

Un Assisano a Stoccolma 2

di Giacomo Buzzao

Pubblicato in data 5 Aprile 2020