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Trimestrale di Cultura, Spettacolo e Turismo

Perugino morto di peste per strada

Perugino morto di peste per strada

di Elvio Lunghi

Perugino morì di peste, morì di peste a Fontignano, Perugino che comanda, la difesa all’invasor.

Questa è vera e ho i testimoni. Nel 2004 si fecero in Umbria una serie di mostre su Pietro Perugino, a Perugia, a Marsciano, a Città della Piave, a Torgiano. Ma poi siccome di opere di Pietro in giro per l’Umbria ce n’erano parecchie, mi chiesero di scrivere una guida nel caso i forestieri volessero lasciare i tavolini dei caffè di corso Vannucci – Perugino di soprannome fa Vannucci di cognome – e avventurarsi per ville e castelli dei dintorni a cercare Perugino nel contesto. Personalmente avrei preferito scrivere di codici miniati rinascimentali. Cosa volete: in gioventù ho studiato al liceo Classico Properzio! Noblesse oblige, che tradotto significa ‘sti cazzi. Insomma mi dissero no, tu adesso scrivi per i turisti, quello sai fare e quello devi fare. Così scrissi una cosina piccola piccola sugli affreschi e le tavole di Pietro che s’incontrano dentro e fuori Perugia, fino a Trevi, fino a Città della Pieve, a Foligno, Montefalco, Panicale: Perugino c’è pure ad Assisi, giù a Santa Maria. E scrivendo qua e là dissi la mia opinione sulle opere di Pietro e sul valore dei luoghi – il contesto!!! – che ne conservavano le opere, tanto che mi tagliarono le parole finali dell’introduzione, sfrondando aggettivi e sostantivi, e le incollarono come un francobollo in quarta di copertina:

Giunto in Umbria per seguire le tracce di Francesco d’Assisi – negli occhi il ricordo delle dolcissime Madonne di Perugino ammirate nei musei di Francia – in un suo scritto del 1896 l’abate Broussolle lamentava la perdita dei capolavori che adornavano un tempo Perugia: il celebre Sposalizio della Vergine della cattedrale e la pala dei Decemviri del palazzo del Governatore, la Resurrezione di Cristo in San Francesco al Prato e La Vergine e sant’ Anna in Santa Maria degli Angeli, o l’Ascensione di Cristo del monastero di San Pietro. Dal 1797 non li si poteva più ammirare in città: l’applicazione del trattato di Tolentino li aveva forzosamente trasferiti nel Museo Napoleonico di Parigi.

Per fortuna l’Umbria non finisce con le mura di Perugia. Non c’è modo migliore per afferrare le qualità di Perugino del lasciarsi prendere la mano da quella sorta di gioco dell’oca che una visita in Umbria induce a praticare, in cui l’amore per l’arte e i piaceri della tavola convivono in felice comunione.

Si passa per le trattorie delle città medievali affacciate sui colli della valle spoletana e lo specchio del Trasimeno. Le chiese urbane sono state trasformate in musei accoglienti. Fuori dall’abitato, tra radi capannoni artigiani e campi di girasoli, si celano conventi di frati e cappellette di fraternite, rivestite da sfoglie di affreschi antichi e con qualche rara tavola sopravvissuta alle rapine del civilissimo Ottocento.

Le Madonne col Bambino, i Presepi, i tanti san Sebastiano che possono apparire monotoni nelle sale di un’esposizione, acquisteranno un sapore diverso se ammirati dal punto di vista di Fontignano o di Panicale, dove l’azzurro degli affreschi si confonde con quello del cielo e il verde dei prati si specchia nelle acque del lago. Riconoscere in una sosta del viaggio un soggetto già visto, scalando i colli di Montefalco e di Trevi tra vigneti e oliveti, vi riempirà di sorpresa e meraviglia. Soprattutto se accanto alla chiesa c’è l’enoteca con un Sagrantino d’annata o l’olio di frantoio appena stretto. Nell’aria si sente odore di porchetta. Perugino è da mangiare con gli occhi.

Nei mesi che seguirono si fecero un sacco di conferenze su Perugino qua e là per l’Umbria. Io fui chiamato a parlare una sola volta in un solo luogo, si vede che non ho il fisico, le chiome spettinate, la faccia di uno che ha sofferto, la voce impostata. Mi chiesero di parlare a Panicale, castello di vetta di fronte al lago, e lì parlai di Perugino e la peste. Perugino de che? La peste!!! Perché a Panicale Perugino aveva dipinto un grande affresco con quattro fessi che tirano con l’arco e le balestre le frecce addosso a un povero Cristo travestito da san Sebastiano, legato a una colonna al centro di una piazza che sembra il Colosseo tanto è grande. Sono cinquecento anni che sta lì e la gente va ancora a Panicale per vedere quel bell’affresco di Pietro, che sembra più una danza che una esecuzione tanto è ben fatto. E già che ci sono comprano l’olio e il vino del posto, la fagiolina del lago e vanno a mangiare il pesce a Passignano. Dico io: varrà la pena?

Sarà che parlai tanto bene di Pietro, che tutta la vita aveva dipinto san Sebastiano invocato come santo profilattico, perché chi la peste temeva san Sebastiano pregava, per poi morire di peste all’ospedale di Fontignano in diocesi di Perugia, mentre dipingeva una cappelletta alle porte dell’abitato. Insomma, tanto presi in giro Perugino che di peste era morto benché si fosse specializzato nel dipingere il contrario, che tutto il pubblico finì per mettersi a ridere, tanto che mi chiesero di scrivere un libro sul martirio di san Sebastiano nel San Sebastiano di Panicale. Io non volevo, ma poi il libro l’ho scritto e è venuto anche bene. E già che c’ero ne ho scritto un secondo e persino un terzo, benché nella guida del 2004 su Panicale avessi scritto meno del richiesto: cosa ci sarà mai da vedere a Panicale oltre all’affresco di Pietro? Come dire non tutto il male viene per nuocere, se a Panicale la peste ha lasciato qualcosa da vedere. A parte l’olio e il vino buono

Perugino morto di peste per strada

di Elvio Lunghi

Pubblicato in data 24 Marzo 2020