22 Dicembre 2017

Le pecore a Greccio

Elvio Lunghi
Le pecore a Greccio

Chi non ha un gatto o un cane in casa alzi la mano. Io ne ho due: Mimmi e Wilma. Ho avuto anche Mio, Mao e Bianca, ma il primo è stato Giotto. Nel frattempo ho avuto anche tre figli maschi: Matteo, Elia, Egidio. I figli partono, i gatti restano. I figli ti chiedono tanto impegno: la scuola di musica, la palestra, i colloqui con gli insegnanti, le feste di compleanno, i regali di Natale. E poi soldi, soldi, soldi. Tanti e sempre soldi. I gatti ti chiedono solo croccantini e la vaschetta pulita. In cambio ti fanno le fusa, ti fanno le coccole, ti danno amore coccole e fusa: tantissimo amore. I gatti non sono come il bue e l’asino dei tempi antichi. Bestie da lavoro che tiravano l’aratro e portavano pesi sulla groppa: legna, pietre, sacchi pieni di cose che si muovono e ti fanno cadere. Oppure uomini pronti a darti in cambio legnate per un pugno di avena o per un po’ di paglia secca. Per un sorso di acqua sporca. Sempre lì a lavorare, portare pesi, tirare l’aratro, portare uomini in cambio di urla e di legnate. Mai che il padrone ti faccia un sorriso, e se lo fa, con i suoi denti bianchi di dentifricio non sarà per caso un ringhio?

Fu per un bue, per un asino e tante pecore che Francesco festeggiò il Natale a Greccio in Valle Santa un Natale di tanti anni fa. Chiamò un suo amico, gran signore, e gli disse di voler festeggiare il Natale dalla parte degli ultimi: “vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovò il Bambino in mancanza di tutto”, salvo un bue e un asino e la paglia sulla greppia. E con il bue e l’asino e la paglia, quella “notte deliziosa per gli uomini e gli animali”, Francesco intonò il canto di Natale “a guisa di una pecora che bela”. E cantando “Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato la dolcezza di quelle parole”. Tommaso da Celano a Greccio c’era, o se non c’era fa lo stesso, nel fare la cronaca riferì che la greppia non nascondeva bambini, ma uno dei presenti, uomo degno di fede, credette lo stesso di vederne uno dormire in tanta paglia. Nella stalla c’erano comunque il bue e l’asino, tante pecore e una gran folla di operai. Finalmente il signore del castello si era deciso a regalare almeno il giorno di Natale, dopo un anno intero passato a tirare l’aratro, portare pesi e dare latte. Un po’ di paglia benedetta e passava la paura, con un uomo pazzo di Cristo che faceva il verso alle pecore.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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