03 Marzo 2021

Simone Weil e Ignazio Silone

Elvio Lunghi
Simone Weil e Ignazio Silone

In maniera inconsapevole e inattesa ho accompagnato queste letture su Simone Weil a un libro nella biblioteca dell’Ibook che avrei dovuto leggere molti anni fa, L’avventura d’un povero cristiano d’Ignazio Silone che racconta di Celestino V – Pietro da Morrone o san Pietro Celestino – e della guerra da lui perduta contro il Papato medievale. Si vede che non ero preparato, chissà quale noia mi attendevo da quel meraviglioso libro, ma già dalle prime pagine di questa nuova Iliade ambientata nelle montagne d’Abruzzo ho capito che potevo leggere questo libro soltanto dopo aver letto la vita e le lettere di Simone Weil. Me lo dice lo stesso Silone: dietro questo libro ci sono le terre e gli uomini d’Abruzzo ma non basta, così come dietro il mio ultimo libro, che racconta vita e morte senza miracoli di una suora in crisi religiosa, completato alla mia morte da mia moglie Darina, c’è l’autoritratto di un cristiano senza Chiesa che si specchia nell’esperienza di questa giovane donna, Simone Weil, cristiana senza Chiesa.

Per averne conferma basta vedere la commossa gratitudine di Simone di fronte all’inattesa generosità di padre Joseph-Marie Perrin alla sua richiesta di aiuto. Simone vorrebbe fare un ulteriore tentativo – ne farà altri in seguito – e cioè volersi spendere in una vita povera lavorando la terra per sfuggire al nazismo. Ha già provato in precedenza, lei nata da una famiglia della buona borghesia parigina e con una raffinata formazione intellettuale alle spalle, a condividere un’esperienza in fabbrica, e finisce come in Tempi moderni di Charlie Chaplin, schiacciata dai ritmi inumani di una catena di montaggio. Poi prova a prendere in pugno le armi, vorrebbe morire come un’eroina nella guerra di Spagna, e finisce per farsi male in un banalissimo incidente domestico cucinando sbobba per la truppa: davvero dalle stelle alle stalle. Infine torna a casa, approfitta del benessere familiare per guardarsi intorno come va il mondo, ma anche questa esperienza si conclude miseramente con l’ingresso dell’esercito tedesco a Parigi e la fuga degli ebrei dalle grinfie naziste. Quelli che possono! Quelli che non possono, a Roma a Budapest a L’Aja, finiranno ad Auschwitz e ora sono nel vento. Simone raggiunge la Provenza, chiede consiglio a un frate domenicano come potersi nascondere in una fattoria, provare a essere libera come un fiore nei campi, come un uccello dell’aria, e questo l’ascolta e l’aiuta. Altri l’ascolteranno e l’aiuteranno. Simone non capisce: perché? E la risposta è una sola: ma il primo comandamento è solo questo, ama il prossimo tuo come te stesso.

Nell’avventura di un povero cristiano di Silone è la risposta che i cafoni d’Abruzzo fanno intendere a un giovane militare dell’esercito del Sud d’Africa, Uys Krige, catturato in Cirenaica, trasportato in un campo di prigionia a Sulmona, dopo l’8 settembre rimasto incastrato nel passaggio del fronte in Italia e in fuga dai rastrellamenti tedeschi. Verrà accolto come molti altri militari dell’esercito alleato dai pastori d’Abruzzo e tornato a casa ne scriverà in un libro: Libertà sulla Maiella. “Nel suo libro il Krige narra, in forma semplice e commossa, innumerevoli episodi della spontanea e temeraria solidarietà di quella povera gente verso lui e i suoi compagni di evasione”. Come Kringe gli avesse riferito “con le lacrime agli occhi dei pastori di Roccacasale …”, come “l’intera popolazione, poverissima, si dava da fare dalla mattina alla sera per procurare agli ospiti un’alimentazione decente, mentre i tedeschi affiggevano sui muri manifesti che minacciavano la pena capitale a chiunque aiutasse i prigionieri alleati evasi”. Fino all’episodio finale della fuga di tre soldati vestiti da pastori al seguito di un gregge diretto a sud, col rischio d’imbattersi in un posto di blocco e essere loro catturati, i pastori fucilati. Agli altri pastori che insistevano come nell’eventualità di un controllo fosse preferibile abbandonare i soldati al loro destino, il capo bastone rispose: “Abbiamo portato questi uomini sin qui, sono forestieri, non conoscono la montagna. Come possiamo abbandonarli? Siamo cristiani no?”.

Cristiani in Provenza, cristiani in Abruzzo. La generosità che sorprende, stupisce Simone, sorprende, meraviglia Krige. Simone non potrà che dichiararsi cristiana, seppure una cristiana senza Chiesa, fuori dell’istituzione, una cristiana in attesa di Dio. E cristiano senza Chiesa si dichiara Ignazio Silone. C’è però un personaggio del quali entrambi si dicono entusiasti ammiratori, il solo che sia riuscito, dopo Cristo e nonostante la Chiesa, a rendere attuale il messaggio cristiano. Silone affida questo compito a Matteo, laico e tessitore, che racconta come “mio nonno l’aveva visto e udito e amava raccontarci di quando passò da queste parti, di ritorno da Celano … In tutta la sua umiltà e semplicità, il Poverello sembrava Cristo tornato in terra; molti anzi credevano che fosse Cristo reincarnato”. Naturalmente sbagliavano perché Francesco non era Cristo, Francesco era come i fiori nei campi e gli uccelli dell’aria, la verità che ti rende libero.

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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