19 Maggio 2021

Povero ma bello

Elvio Lunghi
Povero ma bello

Le ultime parole su Assisi che Simone Weil scrisse al suo amico Jean Posternak non parlano di Francesco né dei luoghi francescani di Assisi, bensì di guerra; anzi, delle vuote parole inneggianti alla guerra che si levavano senza sosta dai mezzi di propaganda fascista in una ricerca del consenso ad ogni costo. “Del resto, senza questa esaltazione della guerra, molte cose nel sistema mi attirerebbero, ma – mi pare di averle spiegato il perché – il sistema ha, a mio avviso, bisogno essenziale di questa esaltazione; e io ne resto colpita non tanto per umanitarismo quanto perché ciò suona falso”. Simone non trova tutto il sistema sbagliato, riconosce al Fascismo una radice popolare che risale alle origini socialiste del giovane Mussolini. Però il regime ha bisogno di tanta propaganda nazionalistica ed eccolo lì a parlare di guerra, cosa che a Simone suona falso, perché “La vita e la morte sono di tutt’altro genere. La seduzione della guerra è fin troppo reale, ma non ha nulla a che vedere con tutte quelle parole vuote”. Insomma è una propaganda sterile e la conclusione è di per sé inaspettata: “Sembrano d’altra parte più vuote ancora qui in Italia, tra questo popolo”. Simone è entusiasta del popolo italiano, e lo dimostra nelle righe seguenti della lettera raccontando l’incontro avuto con un giovane toscano sulle colline di Fiesole, un giovame “povero … ma con un tono semplicissimo e un sorriso dolcissimo”. Un giovane appassionato di musica e che vorrebbe sì studiare, vorrebbe tanto studiare, però non ha soldi, svolge un mestiere umilissimo – il muratore – e quando può se ne va “per le strade con i compagni e la chitarra … Come non amare un popolo del genere?”.

Vabbè! Poveri ma belli gli italiani di quel tempo, in anticipo sui film di Dino Risi dell’immediato dopoguerra. Ci mettiamo anche la musica, il belcantismo, tutte quelle vocali aperte della nostra lingua, un corteggiamento educato, un’apparente ingenuità ed ecco l’atmosfera che tanto piace alla nostra parigina. Semmai sorprende si sia così presto dimenticata del nostro Francesco, e come al contrario appena quattro anni dopo, scrivendo a dom Joseph-Marie Perrin a Marsiglia, è il solo Francesco a tornarle in mente. O forse meglio ecco che Francesco è diventato il prototipo di tutti gli italiani poveri ma belli che tanto piacciono a Simone, Francesco che canta, che scrive versi, Francesco che fa un po’ il gigione e un po’ si esprime in tutta semplicità, Francesco dallo sguardo dolcissimo. Comunque Simone torna a casa da mamma e papà, ma qualcosa è cambiato. Se ne ricorderà anni dopo di quella volta alla Porziuncola quando piegò le ginocchia davanti all’altare. Magari fu un gioco innocente, magari fu l’inizio di un amore. Povero ma bello Francesco.

Finis.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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