17 Marzo 2021

Simone Weil e Angela da Foligno: vedere Dio, parlare con Dio

Elvio Lunghi
Simone Weil e Angela da Foligno: vedere Dio, parlare con Dio

Cosa significa che Simone Weil ha incontrato Dio? “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito lo ha rivelato”, scrive Giovanni nel suo Vangelo. Però, se prestiamo ascolto alle parole che Simone scrisse al suo confessore Joseph-Marie Perrin – perché è di una vera confessione che si tratta, con tutta la sincerità di cui fu capace questa donna assetata di verità – qualcosa deve essere accaduto: ma cosa?
“Lei non mi ha portato né l’ispirazione cristiana né il Cristo: quando l’ho incontrata, infatti, questo non rimaneva più da fare, era già un fatto compiuto, e senza il tramite di alcun esser umano… Posso dire di non aver mai cercato Dio, in nessun momento della mia vita… Nei miei ragionamenti sull’insolubilità del problema di Dio non avevo previsto la possibilità di questo: un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un essere umano e Dio… Del resto né i sensi né l’immaginazione avevano avuto la minima parte in quella improvvisa presa di possesso del Cristo; attraverso la sofferenza ho soltanto percepito la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un volto umano”.
L’amore di un volto che ti sorride è l’amore negli occhi di una madre: Simone non poteva pensare a un Dio in specie di femmina? Un Dio che si è fatto madre, un Dio che ci ha dato la vita? Non donata, data davvero. Sente accanto a sé il dolce tepore di un sorriso pieno d’amore, lei che è fuggita da una Parigi conquistata, lei che si è scoperta ebrea da adulta come non lo aveva provato in tutta la vita precedente, e ecco che non le viene in mente un qualsivoglia angelo custode come un qualsivoglia buon cristiano, o come un qualsivoglia berlinese sotto il cielo di Berlino. Lei che è ebrea salta il turno e pensa direttamente al Padre Eterno. Esagera, però come è strana la vita, si stava così bene nel calduccio di casa a Parigi, prima che ai berlinesi venisse in mente d’invadere la Francia sfuggendo allo sguardo del loro angelo. Comunque sia qualcosa deve essere successo, perché Simone ne scriverà in una seconda lettera a Joē Bousquet: “Una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano”. Qualcosa troppo forte per avere una spiegazione umana.

La sua biografa e amica Simone Pétrement commenterà a lungo questi brani epistolari, senza darsene una ragione ma ritenendo impossibile che Simone si fosse fatto un film da sola, nella sua testa che non trovava requie per un inspiegabile mal di testa. Impossibile che si fosse inventata tutto – scrive Pétrement – quasi fosse stata un’esperienza mistica, ma prendendo distanza dall’abuso che si era fatto del termine “mistico/mistica” a significare una diretta esperienza di Dio: “Ma se me lo dice un santo, devo fare molta attenzione a ciò che dice. Perché il santo sa resistere a se stesso e alla propria immaginazione”.
Un santo resiste a se stesso, un santo vince. Nella lettera a Joseph-Marie Perrin Simone qualche dubbio lo avrebbe: “Avevo sentito vagamente parlare di cose simili, ma non vi avevo mai creduto. I racconti di apparizioni nei Fioretti mi ripugnavano più di ogni altra cosa, al pari dei miracoli nel Vangelo”. Pensa ai Fioretti che raccontano la vita di san Francesco e pensa ai Vangeli che raccontano la vita di Cristo, li ricorda insieme come se fossero la stessa cosa, Cristo e Francesco, e non si dà ragione di quello sguardo pieno d’amore. Pensa anche ai mistici, non dice quali ma scrive di non averne letto i pensieri. Anzi scrive che è stato Dio ad averle “misericordiosamente impedito di leggere i mistici, affinchè mi risultasse evidente che quel contatto assolutamente inatteso non era opera mia”.
Se non è opera sua, da dove viene? Nel leggere questa lettera ho pensato subito ad Angela da Foligno e al celebre episodio della sua venuta a piedi da Foligno per pregare sulla tomba di san Francesco ad Assisi. “E quando pervenne infra Spelo e la via streta che va verso Asixii, lì ne lo tribio, li fo dito cusì. Tu pregasti lo mio servo Franzesco, et io non te vulsi mandare altro mensazo. Io sono lo Spirito Santo ch’io vengo a darte consolazione…”. C’è da crederci? Nemmeno Angela ne è tanto sicura, tanto che rimprovera il misterioso compagno “se ne vuoi avere vanagloria”. Però Simone Pétrement sostiene che ai santi si vede prestare ascolto. Così quello spirito accompagna Angela fin sulla porta della chiesa di Assisi, e arrivati la lascia desolata. E allora Angela, vistasi abbandonata, “m’inzonechiai ne la intrata de la chiexia, e io vidi santo Franzesco pinto al petto de Cristo che me disse: Cusì streta te tingneràzo e molto più che considerare se possa con li occhi corporali”. E allora “Vidi una cosa piena, maiestate inmensa, la qualle io non posso dire, ma paìame che fosse ogni bene. E molte parole de dolzeza mi disse quando se partì da me, e con grande suavitade e pianamente se partì e con mora”.
Insomma, sia Angela che Simone sembra abbiano provato la stessa senzazione: “una cosa piena, maiestate immensa … un amore analogo a quel che si legge nel sorriso di un volto umano”. Cos’era? Boh! Non mi riesce di dare un nome a questa cosa. Follia? Santa anoressia? Ho un libretto dono di un amico libraio che reca scritto in copertina tutte le cose che gli uomini hanno capito delle donne. E dentro è vuoto, pagine bianche. Come Angela si vide abbandonata subito iniziò a gridare. “Amor non congnoscuto, perché me lasi? Ma non poteva over non dizeva più se non che io cridava senza vergogna la dita parolla, zioè: Amor non conoscuto e perché, perché e perché?”.

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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