24 Marzo 2021

Simone e le altre

Elvio Lunghi
Simone e le altre

Cos’ha in comune Simone Weil con le mistiche d’Olanda e d’Umbria del XIII secolo? Cos’ha in comune con queste strane figure di beghine e di mulieres religiosae? Nulla, apparentemente nulla, mai tanto forte poteva essere la differenza. Perché Simone è razionale, è matematica e filosofa. Perché Simone è concreta, o almeno cerca di esserlo, e così se studia i problemi della classe operaia vuole provare sulla sua pelle la stessa esperienza, vuol fare l’operaia e si fa assumere in una fabbrica, come manovale perché per svolgere un mestiere qualificato si deve essere qualificati, mentre Simone di suo è sin troppo istruita, ma in Greco, in Latino, in Inglese Tedesco e Francese: possono bastare per seguire i tempi di una forgia? Scoppia la guerra civile in Spagna e Simone vorrebbe andare anche qui, anzi ci va, ma non per fare la giornalista e raccontarne poi storie. Vuol fare la miliziana come Ernest Hemingway in Per chi suona la campana nei Paesi Baschi  e magari scriverci sopra un romanzo d’amore e d’avventura. Vorrebbe combattere, addirittura vorrebbe morire sul campo da eroina, facendo disperare i genitori ai quali naturalmente lo mette per scritto. Appunto un sogno, perché combattere non è così facile, si deve saper sparare, non avere pietà per il nemico, mentre Simone qualche dubbio lo avrebbe. E poi è cieca come una talpa, gli occhiali che sfoggia in tutte le foto a qualcosa devono pur servire, e siccome è anche donna viene spedita in cucina, ma neanche quello sa fare, troppo signorina, troppo educata. Le torna bene, una volta a casa con mamma e papà, farsi una bella vacanza d’istruzione. E viene in Italia, visita musei, ascolta concerti, passa tutto il tempo seduta a un tavolino di un caffè, fa la civetta con i camerieri e intanto scrive lunghe lettere ai suoi per dire come stò e cosa fò. Massima trasgressione è mangiare pasta asciutta al sugo in trattoria, dove vanno gli operai e dove si spende poco. Magari poi spreca i soldi che risparmia per acquistare libri di filosofia.
È allora che Simone fa una tappa in Umbria per vedere i luoghi di Francesco. La trova carina, s’innamora dei contadini umbri, s’innamora di Assisi: ma guarda un po’. Non è la prima: perché Dante no? Intra Tupino e l’acqua che discende dal colle eletto del beato Ubaldo fertile costa d’alto monte pende onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole e da retro le piange cum grave giogo Nocera con Gualdo. Che cosè? È la Valle Umbra bellezza! Lo diceva anche san Francesco di Assisi affacciandosi dal convento di Monteluco di Spoleto: Mai vidi cosa più bella della Valle Spoletana. Sarà vero? Sarà!
Simone è diversa dalle mistiche umbre e olandesi, queste pazze di Dio, o meglio di quel “non so bene cosa chiamo Dio”, ma con il quale parlano giorno e notte. E Lui per sovrappiù risponde. C’è un libro di Luisa Muraro intitolato Il Dio delle donne che scrive di donne che parlano con Dio. Non di Dio non su Dio: parlano con lui utilizzando quel che questa filosofa del linguaggio e non solo ha definito “la lingua materna”, la lingua delle donne, anzi delle madri. Perché queste donne hanno di caratteristico l’essere semplici della terra, non avere istruzione, non solo non saper scrivere ma neanche saper parlare: infatti saranno uomini a scrivere per loro, mettendo giù in latino il loro racconto in volgare. E allora parlano con il cuore in mano come una madre parlerebbe al proprio figlio infante. Con mugolii, carezze, filastrocche. Qua e là nel libro spunta anche il pensiero filosofico di Simone Weil, ripreso da “quella straordinaria miniera di pensiero a cielo aperto che sono i suoi Quaderni di appunti”, quando ad esempio osserva come “un bambino che sotto gli occhi della propria madre si ribella, disobbedisce, commette delle imprudenze, perché la presenza della madre gli sembra una garanzia contro tutte le cattive conseguenze, se è lontano da sua madre ha paura della sua libertà”. E te credo, direi io, non c’è bisogno di essere Simone Weil perché un figlio l’ho avuto anch’io – anzi tre – e anche lui ci ha provato. Salvo poi dire, una volta sgamato, “scherzavo”.
Insomma Simone capita ad Assisi e all’inizio non capisce proprio. Lo capirà più tardi, una tornata in Francia, negli anni di fuga dal Nazismo quando cercherà di trovare lavoro come contadina in una fattoria di Provenza, e un monaco l’aiuta e lei non capisce: perché? Ma i contadini umbri sono davvero belli? È la fatica fisica a renderli belli, oppure? E questa cosa che io chiamo Dio, questa cosa per la quale non ho mai trovato interesse, com’è che mi cerca? Non sono io a cercarlo/cercarla. Io resto in attesa.
Anche di Simone Weil si dice che fosse mistica. Ma le mistiche hanno una voce di donna e una sensibilità che non è poi quella dei maschi, mentre Simone argomenta, discute proprio come un filosofo maschio. Fin quando sente qualcosa sciogliersi dentro, dopo l’incontro con dom Joseph-Marie Perrin. Lei stà in attesa, prima o poi Lui verrà. Nel frattempo è il suo pensiero ossessivo e lo spiega per lettera il 19 gennaio 1942:

“Caro Padre, decido di scriverle ancora una volta per chiudere – almeno fino a nuovo ordine – le nostre conversazioni intorno al mio caso. Sono stanca di parlarle di me, misero argomento; ma vi sono costretta dall’interesse che, grazie alla sua carità, lei nutre nei miei riguardi. Negli ultimi giorni mi sono interrogata sulla volontà di Dio: in cosa consista e in quale maniera potremmo conformarci ad essa pienamente. (…) Il mio compito è pensare a Dio. Spetta a Dio pensare a me”. Sembra la voce di Angela da Foligno, non è vero?

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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